Addio a Enrico Angelini, una vita contro il nazifascismo

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Enrico Angelini, tre anni fa, aveva saputo che a Cascina Raticosa, sui monti sopra la sua Foligno dove, diciannovenne, aveva fatto il partigiano con la V Brigata Garibaldi, qualcuno aveva imbrattato con una svastica il luogo che ricorda quella Resistenza e le rappresaglie nazifasciste. Così, senza pensarci troppo, tornò lì e da solo cancellò quell’offesa […]

Enrico Angelini, tre anni fa, aveva saputo che a Cascina Raticosa, sui monti sopra la sua Foligno dove, diciannovenne, aveva fatto il partigiano con la V Brigata Garibaldi, qualcuno aveva imbrattato con una svastica il luogo che ricorda quella Resistenza e le rappresaglie nazifasciste.

Così, senza pensarci troppo, tornò lì e da solo cancellò quell’offesa non solo alla memoria, ma all’intelligenza.  Aveva novant’anni Enrico Angelini, quel 3 marzo 2015. E come settantuno anni prima, compì una scelta per cose che oggi, anche nell’impegno politico e pubblico, sono merce non troppo diffusa: valori, ideali. Quei giovani che a diciassette, vent’anni, scelsero, come Angelini, di rischiare la vita ( e tantissimi ce la lasciarono) non lo fecero per fare carriera.

Ed Enrico non salì a Cascina Raticosa, a novant’anni, per acquisire meriti o prebende ma perché sentiva il bisogno di tenere viva una memoria che sta alla base della convivenza civile. Che, come mi disse qualche mese fa quando andai a trovarlo nella sua casa, vedeva messa in discussione da troppi episodi di intolleranza. Di razzismo, xenofobia. Paura del diverso da te. Lui pensava che gli autori di quella svastica fossero ignoranti, in senso letterale. Per questo andava nelle scuole, a raccontare.

Per questo accettò l’invito ad essere alla Camera, qualche tempo dopo, quando centinaia di ragazzi di novant’anni – che come lui erano saliti in montagna per la libertà di tutti – si ritrovarono seduti sui banchi del Parlamento a celebrare il settantesimo anniversario della Resistenza. E ricordo l’abbraccio commosso, nell’emiciclo, tra lui e il Presidente Mattarella, in una giornata indimenticabile per la vita parlamentare, rinata grazie a loro.

Sono ancora grato alla Presidente Boldrini di aver accolto quella nostra proposta: certo, di valore simbolico. Ma i simboli, i gesti, le parole sono importanti. Anche per contrastare i tanti simboli, gesti, parole di odio, oblio, negazionismo che ci circondano.
Ne abbiamo avuto una ulteriore dimostrazione qualche giorno fa, quando siamo tornati ad Auschwitz-Birkenau con Sami Modiano e Tatiana Bucci, che dopo la visita – ancora una volta emozionante, intensa, commovente, formativa – della nostra delegazione, sono rimasti a Cracovia, per accogliere studenti delle scuole di Roma. E raccontare. Certo, rinnovando  ferite insanabili, dolore, orrore, ma raccontare, raccontare. Far capire. Far ricordare. Perché mai più.

L’episodio di Cascina Raticosa sui monti sopra Foligno, tre anni fa, fece il giro del mondo. Giornali di tutto il mondo si occuparono del gesto semplice e straordinario di Enrico che per lui, evidentemente, era stato del tutto naturale. Ieri Enrico Angelini ci ha lasciato. Ma credo non sia retorico sperare e credere che la memoria del suo coraggio, del suo esempio, sapranno, domani, accompagnare chi non si rassegna a questo tempo difficile.

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