Il Messico ai piedi di Amlo, l’anti-Trump. Sarà davvero una rivoluzione?

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Domani le elezioni che dovrebbero incoronare Lopez Obrador, candidato anti-sistema che si propone di cambiare un Paese sull’orlo di una crisi di nervi

L’onda anti-sistema sta per abbattersi anche sul Messico. Ma come spesso succede in quest’epoca dominata dai nazionalismi, ogni caso fa storia a sé. Quindi, nel Paese che fu la culla della revolucion di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, l’identikit del nuovo hombre del pueblo assume le sembianze di un acronimo: Amlo, che sta per Andrés Manuel Lopez Obrador e che, secondo tutti i sondaggi, vincerà le elezioni presidenziali che si svolgono in Messico domenica 1 luglio. Sono tre i motivi principali che determinano il successo di Obrador: la fine dell’egemonia del partito oficialista del Pri e in generale la crisi dei partiti tradizionali, gli oltre dieci anni di carneficina rappresentati dalla guerra dei narcos e gli attacchi di Donald Trump. Tutto questo ha fatto scattare, improvviso e dirompente, il feeling tra i messicani e carismatico leader della sinistra. Quella sinistra che da noi prenderebbe il nome di terzomondista, anti-imperialista, ma anche populista e nazionalista. Un mix di idealismo, retorica e propaganda ben orchestrata che, dopo dodici anni di campagna elettorale ininterrotta (Amlo si è presentato la prima volta alle elezioni, perdendole per poche, contestatissime, migliaia di voti nel 2006 e poi nel 2012) ha conquistato la fiducia del popolo messicano.

Alla guida della coalizione Juntos haremos historia, che riunisce Morena ed altre formazioni di sinistra, Lopez Obrador è dato nettamente in testa, con un vantaggio fino al 30% sugli avversari. La quasi certa vittoria elettorale fa molto discutere, ancora prima di essere effettivamente registrata. Secondo alcuni osservatori, il 64enne ex governatore dello Distrito Federal di Città del Messico, originario dello Stato di Tabasco, nel sud del Paese, potrebbe essere il prodromo, addirittura, di una nuova rivoluzione messicana. Impressa da un leader che ama sfidare le vecchie classificazioni di destra e sinistra, candidandosi con un programma che promette di mettere fine ai “privilegi”, cacciare “la mafia del potere” e difendere i poveri. Ma, al tempo stesso, Amlo non ha mai fatto dichiarazioni su questioni spinose, nel cattolicissimo Messico, come aborto e matrimoni gay. Con gli osservatori che ricordano come Morena, il Movimiento Regeneración Nacional creato nel 2011 per appoggiare la sua seconda candidatura presidenziale, sia alleata con il movimento evangelico. E che il candidato nella sua oratoria spesso include messaggi religiosi e che ha chiamato il suo ultimo figlio Jesus Ernesto, come Gesù e ‘Che’ Guevara.

 

 

La quasi scontata affermazione di Amlo viene letta come parte del trend che in questi anni sta registrando ribellioni elettorali anti-sistema come quella, di segno opposto, che ha portato Donald Trump alla presidenza, sottolinea The Economist che definisce Amlo “la risposta del Messico a Donald Trump”. Mentre altri osservatori lo paragonano ad Hugo Chavez ed il suo successore Nicolas Maduro. “Noi non siamo ispirati da nessun governo straniero, né Maduro né Trump, noi siamo ispirati dai padri della nostra madrepatria che ci hanno insegnato a combattere per la giustizia, la democrazia e la sovranità nazionale”, è la replica di Amlo che promette “cambiamenti radicali”, una nuova Rivoluzione come quella del 1911. Ma nonostante gli attacchi alle elite imprenditoriali, definite “una minoranza rapace”, il navigato politico, pur parlando di revisione della politica di privatizzazione del settore petrolifero, ha moderato i toni rispetto alle sue due precedenti campagne presidenziali ed assicura che non vi saranno espropriazioni e fa dichiarazioni per tranquillizzare gli investitori stranieri. Tanto che in molti credono che alla fine “sarà tanto rumore per nulla e non cambierà niente, come al solito”.

Anche perché il clima in Messico è tutt’altro che sereno, per usare un eufemismo. Alla vigilia delle elezioni più grandi della storia del Pais, in cui si rinnoveranno domenica le cariche più importanti – presidente, governatori degli Stati, Parlamento e sindaci delle città – la società Etellekt ha pubblicato il suo sesto rapporto sulla violenza politica in Messico nel 2018, da cui emerge che in campagna elettorale sono stati uccisi 133 uomini politici e 50 loro famigliari. L’attesa per l’appuntamento di domenica in cui 90 milioni di messicani sceglieranno fra quattro candidati il successore del presidente Enrique Pena Nieto è alle stelle. Oltre a Lopez Obrador, a cui l’ultimo sondaggio del quotidiano Reforma ha attribuito un gradimento del 52%, sono in corsa Ricardo Anaya (27%), che guida una coalizione fra il Partito Azione nazionale (Pan, destra) e la sinistra del Partito della rivoluzione democratica (Prd); Josè Antonio Meade (19%) del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), e Jaime Rodriguez (3%), candidato indipendente.

Ma pur se tutti sono d’accordo che sia proprio il dramma di una cieca violenza la preoccupazione principale dell’elettorato, dalla campagna dei candidati, e neppure da quella del favorito leader, sono arrivate proposte davvero concrete per arginare il fiume di sangue che invade da almeno undici anni gli Stati e le città messicani. In base alle statistiche ufficiali, e sono cifre minime, almeno 250.547 persone sono state uccise nei differenti Stati messicani fra il 2006 ed il 2018. Si tratta di una vera e propria crisi umanitaria, frutto di attività legate principalmente al narcotraffico e alla corruzione di ogni tipo, che è costata la vita ad una media di 80 persone al giorno. Ed è per questo che non sorprende il fatto che le associazioni per la difesa dei diritti umani abbiano denunciato l’esistenza in Messico di circa 35mila desaparecidos e di 30mila cadaveri che non hanno potuto essere identificati.

Alejandro Hope, esperto di problemi della sicurezza, aveva previsto che in campagna elettorale questo tema sarebbe stato trascurato, e ne aveva anche spiegato la ragione. “L’allergia ad affrontare il tema chiave della società messicana – aveva detto – risiede nel fatto che è difficile, se non impossibile, per i candidati che cercano consensi assegnare colpe di quanto accade. Perché ciò implicherebbe puntare l’indice contro settori, anche istituzionali, molto importanti, creando imprevedibili reazioni capaci di incidere sulle scelte dell’elettorato”.

Sono invece abbastanza netti gli attacchi rivolti a Trump ed alle politiche anti-Messico del presidente americano che lanciò la sua candidatura accusando gli immigrati messicani di essere criminali e violentatori. Politiche a cui Lopez Obrador ha risposto lo scorso anno con un tour in otto città degli Stati Uniti – dove si stima vivono 35 milioni di originari del Messico – per una serie di discorsi sui diritti dei migranti poi raccolti nel libro dall’esaustivo titolo Oye Trump, ascolta Trump, in cui sottolinea come la partita doppia con gli Usa (migranti e N

afta) sia in effetti unica. Un nuovo accordo di libero scambio (che Trump ha voluto rinegoziare con Canada e Messico in trattative ora bloccate, mentre ha fatto scattare i dazi per i vicini che gli hanno risposto con la stessa moneta) “deve includere la questione migratoria”, ha detto Amlo. Che, anche grazie a Trump, si prepara a prendere le redini della Repubblica Messicana per i prossimi sei anni.

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