Cazzullo racconta gli scontri generazionali nell’era di Internet

Focus

Dal libro del giornalista e scrittore esce un quadretto in cui due “fondamentalismi” – quelli dei padri e dei figli – si fronteggiano

“Il telefonino e la rete sono il più grande rincoglionimento della storia dell’umanità”. Con questo epitaffio che sembra quasi un refrain fantozziano sulla corazzata Potemkin, Aldo Cazzullo, inviato ed editorialista del Corriere della Sera, appone il suo imprimatur a “Metti via quel cellulare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione” (Mondadori, pagg. 195, euro 17), sorta di “thriller” domestico in salsa agrodolce, potremmo dire, sulle conseguenze che l’uso spregiudicato e infaticabile di telefonini e tablet da parte dei giovani figli causa agli equilibri familiari.

Sembra cosa da poco, ma dall’epoca dei libri, della tv distillata solo in alcune fasce orarie, delle cene in cui tutti presenziano a tavola e si guardano negli occhi e si raccontano la giornata, alle teste sempre piegate su uno schermo, alle case divise in tante micro tecno-sfere spesso senza dialogo e confronto, a un compulsivo schiacciare tasti, condividere, fare selfie e affogare in un chiacchiericcio virtuale, la rupture è stata verticale, profonda, come un sisma di magnitudo 8 nel cuore di abitudini stratificate nei decenni.

Il papà Cazzullo mette in evidenza le fratture di questa faglia comportamentale: i televisori che non sanno più stare muti, l’esperienza dei nonni che non serve più a nulla, i rischi del web, il rincretinimento costante su una ciclopica produzione di contenuti e video senza senso, il padronato sui Big Data e sulle nostre privacy, la sorveglianza sottile e commerciale, i nativi digitali che troppo spesso sono defunti culturali e depensanti full time.

I figli rispondono che no, non è vero, sono esagerazioni, farneticazioni di persona disinteressata e sfascista, che non ha l’età giusta per capire, l’entusiasmo giusto per imparare. E ricordano che su Internet si scoprono maestri di musica e letterati della classicità, si ritrovano parenti lontani, si ottengono informazioni in tempo reale, si fanno le videochiamate con i familiari per rassicurarli, si spalancano possibilità inimitabili alla ricerca e alle start-up, ci si tuffa finalmente nelle mirabilie e nell’interattività del futuro. La sagacia critica del vecchio militante o del genitore avvertito e premuroso, contro le risonanze utopistiche di chi nell’istante di un touch screen trova soluzioni, identificazioni, connessioni, emozioni, e pensa che, come diceva James Bond, tomorrow never die, il domani non muore mai…

Ne esce un quadretto godibilissimo e forse utile, dove due “fondamentalismi”, in fin dei conti, si fronteggiano, ma il secondo forse peggiore, quello dei due teenager, che sì, ammettono derive, labilità e slogature nel Grande Sistema delle esistenze trasformate in pixel, ma in fin dei conti ne restano affascinati in maniera molto irriflessa. E senza capire che è la forma mediatica, la temporalità indotta, il vortice plastificato delle reazioni, la modulazione intima del sentire, più che i singoli contenuti, a preoccupare, gli adulti e gli studiosi.

Dare torto a Cazzullo sarebbe un’eresia. La dimensione amletica, tragica, comunitaria e affettiva della vita è trasmigrata verso una sorta di auto-travisamento che i tentacoli della globalizzazione hanno allungato sulla nostra coscienza. Siamo intrappolati in una ragnatela di nodi che ci rimanda un’idea illusoria di libertà quanto più accumuliamo dati, urgenze, bisogni indotti, evanescenze, oggetti all’ultimo grido, abdicando alla conoscenza attiva del presente e della natura umana, crogiolandoci con l’infinito repertorio delle macchine interfacciate, confondendo news e verità, opinionismo fazioso e derelitto con l’emergenza degli impegni civici da svolgere e la solidità di legami forti e duraturi.

Siamo noi stessi a non concederci più quella distanza, quella “medietà”, quell’euritmìa che ci farebbe capire meglio tutto, annegando così, per eccesso di prossimità, nel grande acquario di una vita luccicante e iperveloce. O cedendo, per lo stesso motivo (essere sbrigativi, smart, istintivi) al fascino perverso delle tirannie soft che tendono a eliminare le difficoltà della debolezza e del pensiero. Su questo si è speso il filosofo Alessandro Dal Lago in Populismo digitale (Raffaello Cortina, pagg. 169, euro 14).

La ricerca 2015-2016 della Stanford University fa piovere sul bagnato, se non rabbrividire. L’82% degli studenti di scuola media intervistati non distingue fra notizia e sponsor, prende i cinguettii della Rete e le foto postate sui social come fonte autorevole e veritiera, confonde l’auto-promozione di un’azienda con un articolo da quotidiano, crede che il primo output di Google sia quello che meglio soddisfa le nostre esigenze conoscitive su un termine o un fatto. Dimensione di analfabetismo funzionale che per i più giovani, i cosiddetti millennial, potrebbe risultare mentalmente e antropologicamente fatale.

È stupendo che i figli di Cazzullo preferiscano Abbado alle Kardashian del noto reality trash, che pensino che i grandi compositori del passato restino in eterno, che su Instagram non ci vogliano essere per tristissimo narcisismo ma per avere “le foto raccolte e ordinate in un solo posto” (Rossana), che si oppongano alle false recensioni sui ristoranti e che sugli e-book leggano Balzac e Orwell, ma non sarà che sono adolescenti appassionati e più immuni alle idiozie di massa proprio per quello che respirano in casa? Quanti coetanei assomigliano loro? Quanti sono nostromi delle navi virtuali e non plancton degli squali?

Ma se le argomentazioni paterne più ponderate prendono il sopravvento in questo dialogo intergenerazionale, nella peggiore delle ipotesi, un po’ smascherati e a corto di risposte, dicono: “La responsabilità di quel che siamo è vostra; non del telefonino, che semmai è il vostro alibi”. Come a dire per il povero collega: cornuto e mazziato…

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