Micol per sempre. La bella scrittura di Francesco Longo

Focus

“Molto mossi gli altri mari”, raffinato omaggio a Bassani e in fondo a Proust

Leggendo questo bellissimo romanzo di Francesco Longo, Molto mossi gli altri mari (Bollati Boringhieri), viene da sospettare che le generazioni più giovani di scrittori italiani vogliano riscoprire quella meticolosa purezza delle frasi che fece grande la nostra letteratura degli anni Cinquanta e Sessanta; come se sentissero il bisogno di sfuggire alla tirannia di un vocabolario ormai ristretto a qualche centinaio di parole, all’aridità di un tweet, alla bruttura di un italiano corrente così prevedibile, stantio, banale. Forse sbagliamo per eccesso ma ci pare che gli scafi  dei nuovi romanzieri vogliano apparire sempre più eleganti e in un certo senso “antichi”: e più che mai in queste argentate pagine di Longo, dove l’omaggio a Giorgio Bassani è dichiarato, e forse da indovinare quelli al Moravia di Agostino e al dimenticato Cassola. Le parole di Molto mossi gli altri mari sono preziose come gemme rotolate appunto dal grande albero bassaniano che Longo con umiltà si china a raccogliere e a far sue, cospargendone a centinaia su pagine malinconiche come un quadro di Turner: e dunque, per tutto questo, il richiamo diremmo ancestrale a Proust, per il tramite di Bassani, diviene naturale, anzi smaccato nel riferimento all’asma del protagonista e pittorico nel disegno dell’ambientazione “normanna” del luogo della vicenda.

Dicevamo che si tratta di un romanzo molto emozionante per chi cerca nella letteratura il brivido altrimenti inesprimibile del rimpianto, dell’amore inseguito, della nostalgia non solo del passato ma del presente, quella “nostalgia del presente” propria della tarda adolescenza di cui parla il protagonista di Prima della rivoluzione di Bertolucci – sempre dalle parti di Proust siamo.

La storia è una storia di emozioni. In una località di mare immaginaria “a un’ora da Roma”, il giovane Michele (nome moraviano per eccellenza) passa le lunghe estati con una combriccola di amici fra cui spicca l’amore (impossibile?) per Micol – e qui sta l’omaggio esplicito a Bassani e alla sua immortale eroina del Giardino dei Finzi Contini – fantasma d’amore come l’Albertine della Recherche, che come la Micol bassaniana appare e scompare, dice e non dice, tanto più evanescente quanto più materiale nel rimpianto. Michele l’aspetta ogni estate, che pare l’unica stagione della vita, e le estati si rincorrono in un movimento però non lineare, come intralciato dal passato, dal rimpianto. Nel conflitto tra passato e futuro, ci pare voglia dire Longo, è il presente ad avere la peggio, da cui l’inquietudine del protagonista e la futilità delle compagnie, fino al disastro finale. E Micol, la chimera amorosa, svanisce fra le pagine, come se non fosse mai esistita, forse è stato solo un sogno, quello che ci insegue tutti e per sempre, chi lo può sapere.

 

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