Vi racconto la Riace scesa in piazza sabato

Focus

Riace è pietra di inciampo: dimostra ciò che si vuole negare, nega ciò che si vuole radicalizzare. Per questo sabato scorso ero in piazza

Due parole su Riace e il suo sindaco; solo due, per avviare un ragionamento sul senso ed il significato attuale di una esperienza personale e collettiva, messa clamorosamente in discussione da una risonante inchiesta giudiziaria. Conosco Riace, da tempo. Insieme a tanti altri, sono stato a Riace sabato scorso. Non solo, e neppure tanto, per ricordare che l’integrazione è possibile, né ancor meno per evidenziare che gli immigrati rappresentano una risorsa positiva per contrastare la desertificazione delle nostre aree interne o per risolvere i problemi di sostenibilità del sistema previdenziale.

Sono stato a Riace sperando di contribuire a salvaguardare una esperienza significativa, abbarbicata in quelle colline aspre a testimoniare l’errore concettuale e pratico di chi contrappone artificiosamente sicurezza urbana e integrazione sociale. Intendo dire che la sicurezza di un territorio – e di un territorio come quello – prima ed oltre che una questione di ordine pubblico e di polizia, è geneticamente da correlare al livello di densità della coesione sociale della comunità interessata.

È in questa prospettiva che l’integrazione dei migranti e dei loro progetti di vita – una integrazione sostenibile, che sia sostenuta e governata con sapienza ed equilibrio – assurge a condizione necessaria (ma ovviamente non sufficiente) per assicurare quella stessa coesione. Il modello Riace è essenzialmente questo: un fattore potenziale di disgregazione sociale (la presenza immigrata, peraltro originariamente neppure programmata) è stato trasformato in occasione per innalzare la dote di capitale sociale di una comunità di per sé fragile e, per questa via, ha contribuito ad assicurare anche la sicurezza di chi in quel territorio vive, lavora e produce. A ben vedere, l’esperienza di Riace è quasi paradigmatica del modello di accoglienza diffusa che il piano nazionale per l’integrazione dello scorso anno voleva incardinato sui progetti Sprar dei comuni e non più sui grandi centri di raccolta e di accoglienza straordinaria.

Che ciò sia avvenuto a Riace, non meraviglia. Era già avvenuto a Badolato, ad Acquaformosa, e in tante altre realtà calabresi, più o meno note. Peraltro forse non molti sanno che Riace venera i Santi medici Cosma e Damiano la cui festa, a fine settembre, da più di un secolo, richiama rom e sinti da tutta Europa. Riace da tempo è luogo di incontro di culture e popoli, ben prima dell’arrivo dei Curdi. D’altronde, la gente di Calabria ha conosciuto e conosce ancora cosa vuol dire migrare. È una conoscenza sedimentata nell’animo ed è comune a tanti altri popoli che nelle acque del Mediterraneo si sono reciprocamente riflessi e sulle sue rotte si sono incrociati (e tante volte anche scontrati). E qui che trova origine la “xenia”, appunto. Che è accoglienza.

Che è il “favorite” del dialetto calabrese, più o meno traducibile in: entrate, sedete, state a tavola con noi. Per questo, spiace che un termine così pregnante sia stato utilizzato per una operazione di polizia giudiziaria.
Se Riace è stato possibile lo si deve ovviamente a Mimmo Lucano. Per quanto mi riguarda, ho una prima ed immediata certezza: se c’è qualcuno che fa affari sulla pelle dei migranti è la criminalità organizzata, che abitualmente frequenta tutti coloro che le porte, a destra come a sinistra, le aprono, anche solo per un caffè. Per quello che è emerso dalle carte processuali diffuse, Mimmo Lucano alla ndrangheta le porte non le ha mai aperte.

C’è però un’inchiesta giudiziaria ed una persona, il sindaco, ai domiciliari. I fatti contestati sono vari e di varia gravità: alcuni hanno carattere penale, altri amministrativi, altri ancora, come ha scritto il Gip, testimoniano la superficialità gestionale ma non assurgono ad ipotesi di reato o di illecito di altro genere. Su questi aspetti, io credo sia necessario riconoscere con tranquillità e senza tentennamenti ruolo e funzione della magistratura, consapevoli che c’è sempre un giudice a Berlino e che le ipotesi accusatorie devono essere provate, confermate, dimostrate in giudizio. In giudizio, non sui social con intercettazioni costruite a tavolino.

Ed è nel giudizio che Lucano avrà il modo per rendere le proprie ragioni. Semmai c’è da chiedere ai magistrati di essere celeri nella definizione del processo. Colpevole o innocente ma subito, non fra dieci anni.
Strano caso, però, questo di Riace: sembra prendere forma in particolare consonanza con lo spirito dei tempi, colpito nello stesso momento in cui il decreto c.d. sicurezza del Ministro Salvini propone un modello di gestione della presenza immigrata del tutto diversa dall’accoglienza diffusa degli Sprar, raddoppiando i giorni di trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio e prevedendo procedure semplificate per la costruzione di ulteriori strutture di raccolta.

Nessuna dietrologia, per carità, ma una semplice constatazione. Rispetto allo spirito dei tempi, Riace è pietra di inciampo: dimostra ciò che si vuole negare, nega ciò che invece si vuole radicalizzare. Per questo, insieme a tanti altri, sabato scorso sono stato a Riace, per ricordare che fenomeni complessi come le migrazioni non hanno bisogno di slogan, ma di adeguate capacità di governo. Quelle che il Ministro Salvini non riesce proprio a dimostrare.

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