“Minaccia molecolare ma non meno pericolosa”. Intervista al generale Tricarico

Focus

Il nostro maggior nemico «è il populismo che spinge nell’emarginazione gli stranieri che vivono in Occidente».

Parla di «minaccia sempre più imprevedibile» ma anche «preannunciata da molte evidenze». «Ci andrei piano – aggiunge – ad ipotizzare l’involuzione di Daesh. Quella a cui assistiamo, invece, è l’applicazione di una strategia molto precisa che si è raffinata nell’ultimo decennio». Il nostro maggior nemico, aggiunge, «è il populismo che spinge nell’emarginazione gli stranieri che vivono in Occidente». Leonardo Tricarico è stato consigliere militare a Palazzo Chigi ai tempi del governo D’Alema. Esperto di terrorismo è anche il presidente del think tank di studi militari, strategici e sul terrorismo che si chiama Icsa.

A Londra ha agito un cittadino inglese di 52 anni con precedenti da balordo che si è radicalizzato avvicinandosi all’Isis. Ha ucciso con una macchina e un paio di coltelli. Vista così, soprattutto dopo Parigi e Bruxelles, non sembra granché come evoluzione di Daesh. Non crede?

«Attenzione alle banalizzazioni. E a certe analisi che mi permetto di definire un po’ rozze e che invece vedo affacciarsi su giornali e tv. Questi fatti, e ci metto dentro Nizza, Berlino e tutto quello che seppur sconclusionato è accaduto in questi mesi, sono l’esatta evoluzione di una precisa strategia jahadista».

Quale e di chi?

«Nel dicembre 2004 Abu Mussab al Suri ha diffuso un testo di 1.600 pagine, il Manuale del perfetto jihadista, in cui invitava i fedeli ad abbandonare la modalità del terrore su larga scala e a dedicarsi alla resistenza mondiale islamica prediligendo piccole cellule o individui che più facilmente possono sfuggire all’antiterrorismo. Quando sono arrivati Daesh, la propoganda, i foreign fighters, i lupi solitari a molti di noi è sembrato che fossero la conseguenza di quel Manuale. Nel 2014 il numero 2 di Isis, al Adnani (morto ad Aleppo nel 2016, ndr) ha lanciato l’appello a colpire “ovunque, con ogni mezzo e auto e armandosi da soli con qualunque cosa a cominciare dai coltelli ”. È esattamente quello che sta accadendo. Per questo invito a non banalizzare e a non teorizzare l’involuzione di Daesh». Si parla di minaccia «molecolare», anzi, «pulviscolare». E quindi «imprevedibile».

Dobbiamo avere più o meno paura?

«Ci stiamo abituando ad andare avanti. E a reagire subito. Va bene così. Il n°1 di MI6, l’intelligence inglese, pochi mesi fa aveva avvisato gli inglesi, sulla base di chiare evidenze, a prepararsi ad una stagione dura. In Italia anche oggi il ministro dell’Interno ha firmato l’espulsione di un tunisino di 36 anni residente a Cinisello Balsamo per attività di propaganda sul web. Dall’inizio del 2015 sono 157 gli estremisti espulsi. Deve essere chiaro che dietro ogni espulsione c’è un’attività di indagine che dimostra atti contrari alla pubblica sicurezza. Insomma, se da un lato è vero che questo tipo di minaccia così frammentata può essere meno intercettabile, dall’altro vediamo che ci sono gli strumenti, soprattutto in Italia, per trovare i singoli prima che decidano di colpire».

In queste ore, e non solo, scatta sempre l’equazione terrorismo-immigrazione. Del resto, Bouhlel, il camionista di Nizza, e Amri, alla guida del camion che fece la strage a Berlino, erano immigrati passati dall’Italia. La convince?

«No, e nella maniera più tassativa. Anzi, è proprio questo populismo il nostro principale nemico. Il punto vero è un altro, e cioè che soggetti già presenti sul nostro territorio non riescono ad integrarsi, restano sempre più marginalizzati e a qual punto diventano facili soldati alla causa del terrore».

Cosa intende per populismo?

«Mi riferisco a Trump e alla Le Pen. A tutti quelli che propongono di alzare muri, di buttare a mare chi arriva e di cacciare chi è già arrivato. La strada è all’opposto quella di un’accoglienza vera che punti all’integrazione di chi deve essere integrato. Altrimenti l’in – voluzione a cui assisteremo è quella che riguarda chi già vive nel nostro paese ma si sente emarginato, isolato, rifiutato. A quel punto l’unica soddisfazione diventa indossare quella maglia, il vessillo della jihad come forma di riscatto sociale. Il populismo può avere un effetto destabilizzante rispetto al fenomeno del terrorismo endogeno ».

L’Islam moderato il nostro miglior alleato?

«Assolutamente sì. Qualche mese fa è stato diffuso in Inghilterra un sondaggio molto preoccupante in base al quale il 30 per cento degli intervistati, tutti islamici, ha detto che non avrebbe denunciato un fratello se pure fosse stato sospettato di qualche reato. Non ho idea in Italia, oggi, come possano essere ripartite queste percentuali. Quello che so è che è fondamentale che le istituzioni aprano le porte ai leader politici e religiosi dell’Islam moderato che vive in Italia e che tutto questo diventi un percorso di integrazione effettiva » .

Contestualizza l’attentato a Westminster come una reazione alla Brexit ?

«È un’illazione e come tale non la faccio. Ricordo solo che Khalid Massod, l’attentatore, era nato e cresciuto in Inghilterra dove faceva l’insegnante di inglese. Dunque un cittadino britannico e anche integrato, visto che faceva l’insegnante. Sarà, ancora una volta, interessante ricostruire la vita di quest’uomo e capire in quale momento, in quale modo e perché aveva scelto la radicalizzazione ».

Massima allerta a Roma per i 60 anni dell’Europa. Timori particolari?

«Roma e l’Italia sono a livello 2, dove 1 siamo in fase di attacco, dai tempi del Bataclan a Parigi. Piuttosto visto che stiamo celebrando i 60 anni d’Europa , sarebbe utile che l’Europa assumesse una vera identità nella lotta al terrorismo. Se ne parla, se ne discute, sempre sull’emozione del momento, ma poi la lotta al terrorismo non è mai riuscita a surclassare interessi ed egoismi nazionali».

 

 

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