‘Mini-naja’ obbligatoria? Meglio un Erasmus del Servizio civile

Focus

Se milioni di giovani europei – come accade oggi per gli studi superiori e universitari – potessero avere questa opportunità, anche l’appartenenza ad una comune patria europea ne uscirebbe  rafforzata

Per una singolare coincidenza, l’invito che Michele Serra – dalle colonne di Repubblica –  ha rivolto al PD affinché si affretti a depositare , prima che lo faccia Salvini, una proposta di legge per rendere obbligatorio il Servizio civile, è arrivato negli stessi giorni in cui la Camera dei deputati approvava la cosiddetta “mini-naja”, ovvero un periodo non retribuito della durata di sei mesi di formazione volontaria  in ambito militare per giovani dai 18 ai 22 anni.

Non condivido la fretta, ne’ tanto meno la scelta di introdurre nel nostro ordinamento obbligatorietà del Servizio civile. Capisco e condivido l’ intento – già peraltro sottostante ad una proposta di due anni fa dell’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, ma la strada è sbagliata. Suggerisco piuttosto tre diverse alternative come modalita’ innovative per adempiere al sacro dovere – art.52 della Costituzione – di difendere la Patria. La Corte Costituzionale infatti, in piu’ di una sentenza, ha ritenuto pienamente coerente l’esercizio del dovere di servire la Patria anche attraverso il Servizio civile volontario.

E’ da questo assunto che muovono le tre proposte. Innanzitutto mi sarei atteso che nel dibattito sulla “mini-naja”, venisse avanzata con forza la  proposta di estendere tale facoltà anche al campo del Servizio civile. Sarebbe stato sufficiente richiamare una recente esperienza della Provincia autonoma di Trento, nella quale è possibile, per i giovani dai 16 ai 18 anni, partecipare durante l’estate ad un’esperienza strutturata di impegno civico e volontario.

L’intento è chiaro: aiutare i giovani a sentirsi responsabili della propria comunità e in particolare dei soggetti più deboli. Analogamente, si potrebbe introdurre nella scuola e nella formazione professionale una sorta di “alternanza scuola/servizio civile” organicamente inserita e riconosciuta, attraverso appositi crediti formativi, nel curriculum di studi degli studenti. Un investimento siffatto certamente potrebbe orientare un numero rilevante di giovani – specialmente quelli più sfavoriti – a scegliere dopo i 18 anni di accedere al Servizio civile universale. La scuola e la formazione professionale potrebbero cosi diventare uno straordinario veicolo promozionale per far maturare nella coscienza delle giovani generazioni il dovere di difendere la Patria non tanto come un obbligo imposto dalla legge , ma come una responsabilità verso il proprio Paese.

Puntare sulla promozione e sul convincimento è la strada maestra; infatti, secondo il Rapporto Giovani curato dal prof. Alessandro Rosina ,circa il 90% dei giovani non è favorevole  a introdurre l’obbligatorietà. Dunque, anzichè arrovellarsi su un dibattito un po’ astratto e forse perfino controproducente, il PD dovrebbe chiedere con forza che le risorse per il Servizio civile universale vengano nel 2020 per lo meno raddoppiate.

Con il governo Gentiloni, la dotazione finanziaria consentiva a 58.000 giovani di fare servizio civile; ora siamo scesi, con le risorse  a bilancio per il 2019, a meno di 32.000. E le domande invece sono arrivate a superare la quota di 120.000. Per cui , nel prossimo anno, solo un giovane su quattro  potraà cogliere questa opportunità di formazione e di servizio. Infine, a poco più di un mese dalle elezioni per il Parlamento europeo – vorrei che tra i messaggi forti della campagna elettorale del PD e delle forze europeiste, vi fosse la realizzazione di un vero e proprio Servizio civile europeo.

E’ vero che il Presidente Juncker – raccogliendo una proposta del ex premier Matteo Renzi del 2014 – ha avviato per il 2019 un Corpo europeo di solidarietà come occasione per un numero limitato di giovani di impegnarsi in una attività di volontariato sociale; ma le risorse impegnate sono veramente esigue. Il sogno da realizzare è di consentire a tutti i giovani europei che lo desiderino di fare un ‘esperienza di servizio civile volontario in un paese UE diverso dal proprio: un Erasmus del Servizio civile.

Se milioni di giovani europei – come accade oggi per gli studi superiori e universitari – potessero avere questa opportunità, anche l’appartenenza ad una comune patria europea ne uscirebbe  rafforzata.

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