Il miracolo portoghese. Una lezione per i progressisti europei

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Il caso di un Paese che solo cinque anni fa era sull’orlo del default mentre oggi cresce a ritmi sostenuti e in cui la sinistra al governo riesce a coniugare un approccio liberale, un’incisiva politica sociale e il rispetto dei parametri di Bruxelles

La domanda di Ralf Dahrendorf su come fosse possibile nel XXI secolo tenere insieme benessere e sviluppo, coesione sociale e democrazia liberale rischia di trovare risposta, quasi un quarto di secolo dopo, a Lisbona.

Il premier e segretario generale del Partido Socialista Antonio Costa, forte dei risultati che sta ottenendo alla guida del Paese e della sinistra, ha riunito questo weekend – nella capitale di cui è stato sindaco per otto anni e artefice della rinascita –  progressisti da tutta Europa per un seminario dal titolo “Investing in the future” promosso da Policy Network – guidato da lord Peter Mandelson – insieme a Global Progress e Res Publica al quale ho avuto l’onore di partecipare.

Il caso di un Paese che solo cinque anni fa era come la Grecia sull’orlo del default mentre oggi cresce a ritmi sostenuti e in cui la sinistra al governo riesce a coniugare un approccio liberale in economia, un’incisiva politica sociale e il rispetto dei parametri di Bruxelles, conquista di diritto i riflettori in un quadro generale nel quale, anche dopo la nostra sconfitta del 4 marzo, per il centrosinistra europeista sembra esserci sempre meno spazio.

Il Portogallo, grazie ad un sapiente mix tra adesione alle richieste dell’Europa, utilizzo del contributo del Fondo Monetario e dei fondi continentali e visione di lungo respiro ha costruito una ricetta che funziona: un Paese che soffriva di una emigrazione fortissima – partirono in pochi anni quasi 500.000 persone – che su 10 milioni di abitanti è una cifra impressionante – oggi attrae intelligenze e investimenti, ha un Pil che cresce del 2,7% con stime in ulteriore rialzo e un tasso di disoccupazione passato dal 17,5% del 2013 al 7,9% di oggi, con deficit e debito tornati sotto controllo.

Un piccolo miracolo figlio anche della abilità politica di Costa che, dopo aver di fatto perso le elezioni, è riuscito a portare comunque il PS al governo con un’operazione molto intelligente di coinvolgimento della sinistra radicale e degli ambientalisti in appoggio esterno, senza rinunciare ad un’impronta riformista e puntando tutto su innovazione e infrastrutture, controllando spesa pubblica, pressione fiscale, giustizia sociale.

Al centro della discussione, alla quale hanno preso parte non solo esponenti politici, ma anche rappresentanti di diversi think tank europei, analisti e attivisti di diversa provenienza, la definizione di una nuova agenda comune dei progressisti e la costruzione di un’alleanza larga in vista delle prossime elezioni Europee, che metta insieme un “melting pot” antisovranista, aprendosi al dialogo con forze innovative ed europeiste, a partire dall’esperienza di En Marche di Emmanuel Macron. Il punto è infatti costruire convergenze che riescano a portare l’agenda europea oltre il semplice dibattito privo di visione sull’immigrazione e concentrino l’attenzione su investimenti in innovazione e ricerca, distribuzione della ricchezza, misure ad alto impatto sociale e ricostruzione paziente del senso di appartenenza all’Europa di tanti popoli distratti dal vento populista che soffia potente in quasi tutti i paesi membri.

Il ruolo dei progressisti non può essere quello di inseguire sul loro terreno i sovranisti. Occorre ricostruire un consenso largo attorno all’idea di un’Europa più inclusiva e più vicina ai bisogni concreti dei cittadini. A Lisbona quindi si è parlato di investimenti pubblici, di welfare, di diritti sociali e civili, di democrazia e libertà di stampa. Dal caso polacco a quello inglese, dalle vicende olandesi a quelle irlandesi, dalla Brexit ai dazi di Trump, fino alle nuove speranze che emergono dalla penisola iberica, si è tentato di trovare un filo rosso che tenga insieme le vicende nazionali e quelle di un continente che nel pieno della globalizzazione, tra nuove emergenze e guerre commerciali, avrebbe bisogno di stare unito, e invece si trova diviso e prossimo a ricostruire barriere tra gli Stati abbattute con enorme fatica.

Ripartire dal Portogallo, quindi? Non ai Mondiali di Russia, certo, dove Cristiano Ronaldo e soci si sono fatti eliminare dalla doppietta di Cavani, ma forse la parabola lusitana degli ultimi anni può ispirare la sinistra in affanno in quasi tutto l’Occidente.

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