I momenti di felicità di Marc Augé

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Benessere e serenità per Augé non fanno parte di un sistema, ma di un “nonostante tutto”, di un’arte del ricordo e del recuperarsi

Non ci sono skyline in vetro e cemento o fosforescenze televisive, né villone hollywoodiane o portafogli che straripano banconote nella copertina di questo Momenti di felicità (Raffaello Cortina, pagg. 114, euro 12) del famosissimo etnologo francese Marc Augé, ma una tazzina di caffè semipiena con riflessi ambrati intorno.

Perché, nonostante lo tsunami di armi e merci, notizie e spot, crack di Borsa e governi-canaglia, aspiriamo alla cara vecchia “felicità”, o ancora ci sbattiamo, agli inizi di questo terzo millennio, per un’oncia di onestà o per un a-tu- per-tu che non sia il troll di una chat. Come assetati a una fonte. Benessere e serenità per Augé, infatti, non fanno parte di un sistema, ma di un “nonostante tutto”, di un’arte del ricordo e del recuperarsi, dell’incontro e della rinascita,
dell’innamoramento costante della vita e di quelle indefettibili microsfere che si aprono nelle nostre nostalgie, nelle pieghe del vissuto, nelle sensazioni che riusciamo a strappare a un quotidiano spesso opaco e angusto.

Cos’è piacevole, rasserenante, hyggelig, per esempio, se l’era già chiesto un paio di anni fa la giovane scrittrice Marie Tourell Soderberg in Il metodo danese per essere felici (Newton Compton). Passeggiare con la sorella al parco, prendere lezioni di ballo, meditare, ridere in compagnia, sentire nel letto la pioggia sul tetto.

Pensando a ciò che avviene nelle lande di Copenaghen e dintorni, questo respiro vitale dello hygge appare in tutta la sua lucentezza: un misto di benessere individuale e collettivo che passa dal familiare al paesaggistico, dal sublime al conviviale, dall’introspezione all’aggregazione fuori dai cliché, e che include pace mentale, esperienze creative, disintossicazione dalle dipendenze tecnologiche, atmosfere avvolgenti, contatto fisico, socializzazione senza troppe barriere.

Una micro-cosmesi della depressione e della solitudine che diventa informale cosmologia: appartenenza, ospitalità e comprensione umana senza artifici e manie di grandezza. Un’eudaimonia greca classica riattualizzata in salsa moderna. Come per Augé, in fondo, che ricorda il nonno e i suoi momenti di vita nella vecchia casa di famiglia, il proprio personale periodo di carriera militare, i canti e i sapori della cucina italiana, l’estasi naturalistica di alcuni paesaggi, la sensualità femminile, la pienezza di esistere che conferisce all’estro dello scrittore la consapevolezza di essere letto, di trasmettere messaggi, di svelare la coscienza.

Augé applica a questo piccolo, infinito ed entusiasmante repertorio di duello con la morte, di riconquista perenne di sé, di resistenza nell’incombere della fragilità e del tempo che fugge, le categorie della sua ricerca sociologica.
Soprattutto il concetto di “rito” e di “simbolico” che per lui non sono gabbie concettuali e l’eterno ritorno dello Stesso come in comunità violente e claustrofile, bensì tracciati che si aprono alla “dimensione inaugurale”, alla “forza aurorale”, all’evento, all’atto creativo, ai processi di disassuefazione, all’incanto.

Seguendo lo stoico Seneca, insomma, la felicità è “vivere il presente alla giornata”, darsi dei consigli pratici, trovare la morbidezza dell’esplorare, la tenacia del conoscere, la pietà dello stare insieme, vincere gli affanni con ebbrezze molto laiche.

Pur distaccandosene alquanto, Augé cita molto il Badiou di Metafisica della felicità reale (DeriveApprodi). Ed è proprio Badiou a dire in quel libro: “la piccola felicità domestica, consumistica, cablata e vacanziera che il capitalismo e la sua “democrazia” offrono ai privilegiati cittadini dell’Occidente non sarà di intensità eccezionale, ma desiderare altro – il comunismo ad esempio – porta immancabilmente al peggio” .

La felicità, ammonisce Badiou, è il gusto dell’impossibile, amore della rivolta, fermento incessante, battere strade inusitate, azzardare il nuovo e non ripetere le forme che un trito realismo si è conferito come legge invalicabile. La
felicità è ontologia che si sgrana e fa uscire nuova luce, “vittoria contro la finitudine”, fino all’essere-banditi, all’andare fuori-strada.

E su questo i due filosofi sembrano trovare un perfetto sposalizio. Del resto, nell’era della globalizzazione e della mediatizzazione furibonde, è la pletora dei beni, l’infinito proiettarsi in un universo plastificato e il compensare la tragicità dell’esistenza con protesi, immagini e rimedi chimici a farla da padrone. Siamo in quella che Gilles Lipovetsky in Una felicità paradossale (Raffaello Cortina) definiva la fase III del Capitalismo, su cui così si esprimeva: “La felicità non è più pensata come un futuro meraviglioso, ma come un presente già radioso, godimento immediato sempre rinnovato, “utopia materializzata” dell’abbondanza… L’esaltata pienezza dell’epoca consumeristica non dipende più dal pensiero dialettico: è euforica e istantaneista, positiva e ludica. Al discorso profetico è subentrata la sacralità del presente edonistico trasmesso dalle mitologie spensierate degli oggetti e degli svaghi”.

Anche Augé termina il suo delizioso breviario di solleticanti antidoti alla fine che ci attende con un inno a quell’”essere umano generico” alla cui nuda carne, alla cui inaggirabile richiesta di senso e di salute estetica si sono dedicati schiere di esistenzialisti, artisti, rivoluzionari e poeti. “Esistere simbolicamente” è il suo monito: declinare le differenze nell’unità del genere umano che, mai come oggi, chiama a responsabilità planetarie e all’uscita dalla Grande Stupidità degli schermi.

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