Il lato romantico (non solo sportivo) dei mondiali di calcio

Focus

Recensione del volume “Storia della coppa del mondo di calcio (1930 – 2018)” di Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti: una scrupolosa ricostruzione socio-politico-sportiva dell’evento ad oggi più importante nelle competizione fra nazionali di calcio

Il calcio è sempre più un asset importante di molte economie nazionali, e rappresenta un fattore sociale di assoluto rilievo attraverso il quale governi democratici o meno cercano i primi di conquistare popolarità e consenso ed i secondi una sostanziale legittimazione nazionale in grado di creargli una aura di rispettabilità. D’altra parte è un grande evento sportivo in cui si misurano le eccellenze del calcio mondiale, il gioco forse più globale che esista. L’ultimo libro di Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti, edito da Le Monnier, Storia della coppa del mondo di calcio (1930 – 2018). Politica, sport. Globalizzazione, si muove essenzialmente secondo questo itinerario analitico.

Lo studio è innanzitutto un lavoro di storia generale accurato e approfondito. E al contempo uno studio di storia del calcio nella fattispecie, molto ben fatto che si basa sul meticoloso scavo di molte fonti anche internazionali. L’approccio è quello tipico, critico e scientifico, di ogni valida ricerca storica, che non cerca semplificazioni o scorciatoie ma che ci restituisce l’evento, la Coppa del mondo in particolare, in tutta la sua complessità, con tutti i suoi intrecci e con tutti gli entusiasmi e gli interessi che essa suscita ogni 4 anni (e non solo).

Il libro affronta dal lato sportivo, storico, economico e politico la vicenda dei campionati del mondo di calcio dal 1930 (organizzato in Uruguay) fino all’ultimo (il volume chiuso prima dell’inizio dei mondiali di Russia non dà conto dei risultati sportivi ma indaga la ratio della scelta della Russia di Putin come sede organizzativa), chiudendosi con considerazioni circa la prossima Coppa del mondo che si terrà in Qatar: “In Occidente la vittoria della Russia e quella, inaspettata, del Qatar, non certo due liberaldemocrazie all’avanguardia nella tutela dei diritti umani – si legge – suscitarono sospetti e polemiche, specie da parte della stampa anglosassone”(p. 215).

Il volume di Brizzi e Sbetti è una scrupolosa ricostruzione socio-politico-sportiva dell’evento ad oggi più importante nelle competizione fra nazionali di calcio. Un lavoro condotto con grande acribia che ci indica come, quasi mai, il dato sportivo, che pure non viene eluso e anzi proposto con evidenza in tutti i suoi riti, miti e risultati, sia l’unico sotteso alla organizzazione e allo svolgimento di una Coppa del mondo. Dal primo mondiale organizzato nel ’30 in Uruguay (in occasione del centenario dell’indipendenza del paese sudamericano) passando per la Coppa organizzata dal fascismo (con evidente intento propagandistico da parte del regime) in Italia nel ’34 a quella del ’38, in Francia, vinta ancora dalla nazionale italiana (che venne contestata a Marsiglia dagli antifascisti francesi e dagli antifascisti italiani esuli a causa del regime) fino alla ripresa in Brasile nel 1950, con la clamorosa sconfitta dei padroni di casa a causa dell’Uruguay, al mondiale Svizzero con la vittoria tedesca (nella versione occidentale) che ridava fiducia ad un paese distrutto dalla seconda guerra mondiale, alla prima vittoria in Svezia del Brasile condotto da un giovanissimo Pelè, etc.

Viene sondato quindi l’evento sportivo, non sfuggendo alle sue memorie e ai suoi protagonisti (e termini) fondativi del gioco: dall’Uruguay di Josè Nasazzi ( “il primo caudillo del calcio uruguaiano”) all’Italia di Pozzo e degli oriundi argentini Monti e Orsi fino al bis in Francia degli azzurri di Piola e Meazza. Dal Wunderteam austriaco scomparso causa Anschluss, guidato da Mathias Sindelar (detto carta velina) talento suicidatosi dopo l’annessione della Germania nazista al Maracanaço (a sconfitta del Brasile nei mondiali di casa del ’50 contro l’Uruguay con i gol di Ghiggia e Schiaffino e con la figura carismatica del grande capitano uruguagio Obdulio Varela. Dal cosiddetto “miracolo di Berna” del ‘54 in cui la Germania di Fritz Walter sconfisse la grande Ungheria di Puskas, Czibor, Hidgkuti all’apparizione del giovanissimo Pelè, in Svezia nel ’58, e la prima vittoria mondiale del Brasile dei leggendari Djalma Santos – Nilton Santos – Garrincha-Didì-Vavà-Pelè fino ai mondiali cileni del 1962 (con lo slogan “Porque no tenemos nada, queremos hacerlo todo”).

Dalla vittoria degli inglesi nel mondiale di casa (1966) con il gol discusso di Hurst a Mexico ’70 con Italia-Germania 4 a3 (“la partita del secolo” recita una targa nello stadio Atzeca) e la finale degli azzurri di Valcareggi contro il grande Brasile di Pelè, Carlos Alberto, Rivelino, Gerson fino all’Olanda di Cuijff e del calcio totale sconfitta a Monaco nel ’74 dalla Germania di Beckenbauer e Gerd Muller (sconfitta a sua volta nel derby contro i cugini della DDR).
Dall’Argentina di Kempes, Passarella (nei drammatici mondiali del ’78) e della marmelada peruana all’Italia di Bearzot e Pablito e la vittoria a Spagna ’82 (con la mitica tripletta di Paolo Rossi al Brasile di Zico).

Dalla “mano de Dios” di Maradona e del suo magnifico gol contro l’Inghilterra (in una edizione sportiva dello scontro fra le due nazioni rispetto alla questione delle Falkland o Malvinas che dir si volgia) a Messico ’86. Dalle notti magiche di Italia ’90 con gli occhi di Schillaci ai mondiali americani con il Brasile di Romario e l’Italia di Sacchi. Dalla Francia di Zidane, Henry, Barthez, formazione multietnica di una nazione in ascesa sportiva alla “zazzera” di Ronaldo che conduce il Brasile al quinto Campionato del mondo (record di vittorie attuali) nei mondiali della riappacificazione Giappone – Sud Corea. Dalla vittoria, inattesa, dell’Italia di Lippi a Germania 2006, al primo mondiale in Africa, nel Sudafrica riappacificato e senza razzismo del grande Presidente Nelson Mandela nel 2010, con l’emergere della Spagna di Iniesta, formazione che aprirà un ciclo importante di vittorie, fino al Mineiraço (Brasile sconfitto 7 a 1 dalla Germania) e alla vittoria tedesca in casa dei verdeoro, Brasile 2014.
Insomma ci sono gli aspetti che più colpiscono la fantasia degli appassionati (che ho provato ad indicare sommariamente, dimenticando sicuramente qualcosa) ma c’è tutto uno studio su quanto si muove (a livello più o meno ufficiale) negli ambienti politici ed economici negli intervalli fra una Coppa del mondo e l’altra.

L’organizzazione del mondiale non ha mai fatto grosse distinzioni fra paesi democratici e meno, fra sistemi politici democratici ed autoritari: va ricordato il Mondiale del ’78 organizzato dalla giunta golpista di Videla che durante le partire torturava ed uccideva gli oppositori del regime, c’è un bel fil che incrocia queste vicende dal titolo Garage Olimpo; per non parlare dell’uso che ne fece Mussolini o i vari governi autoritari del Brasile o del Messico del ’70 (“il Messico restava una dictatura perfecta – scrivono gli autori – ovvero uno Stato a partito unico che grazie alla cooptazione, la coercizione e le elezioni truccate manteneva il controllo sulla popolazione” p. 107). Allo stesso tempo l’organizzazione del mondiale ha rappresentato una occasione, per alcune nazioni, per risollevarsi dalle dittature, come in Spagna nel 1982, o per riavvicinare popoli distanti come nel 2002 in Giappone e Corea del sud (con tutte le difficoltà del caso) o per promuovere la rinascita democratica di nuove speranze come quello disputato nel nuovo Sudafrica post e antiapartheid di Mandela. E, a livello di squadre nazionali, i risultati nel Mondiale sono stati utili per dare un segnale di fiducia ai propri concittadini come la Germania Ovest in Svizzera nel 1954 o per dare un messaggio, almeno la speranza di esso, di tolleranza e rinascita come il Brasile del ’58 (“la vittoria contribuì inoltre a migliorare l’auto-percezione dei brasiliani”, p.83) e la Francia multietnica del ’98.

Il pregio del libro è che oltre ad evidenziare il lato sportivo, e se vogliamo romantico, della vicenda, mette in luce tutte le tensioni organizzative fra la FIFA e le varie federazioni espressioni dei diversi continenti; tutti gli interessi economici sottesi ad ogni decisione e ad ogni torneo; le diverse fasi dettate dalle differenti governance della FIFA stessa. Si mette in luce non solo come non tutto sia sempre chiaro e all’insegna della pura sportività ma come, allo stesso tempo, i parametri dello stesso football stiano nel tempo cambiando soprattutto in ragione dell’ingresso della TV con tutte le sue esigenze ed interessi di vario tipo.

A noi però, tenendo conto della complessità della materia che gli autori mettono in luce con grande equilibrio e competenza, piace evidenziare comunque il dato sportivo di quello che Clifford Geertz ha definito, per la sua valenza metasportiva, il “gioco profondo”, perché in fin dei conti speriamo sempre che resti una passione e un gioco che ci aiuti a divertirci e distrarci dai problemi della quotidianità. Pur rendendoci conto, come si legge in conclusione del volume (una fine che indica potenzialità ma, allo stesso tempo, timori) che: “Il suo successo [della Coppa del mondo, ndr] si colloca lungo un confine sottile: la competizione ha sposato e per alcuni versi promosso le logiche della globalizzazione, ma ha al contempo usufruito della riattivazione delle identità locali che si è amplificata all’alba degli anni Duemila e di cui le squadre nazionali simbolicamente restano una delle ultime vestigia, contribuendo a fare della Coppa del mondo di calcio la madre di tutte le competizioni sportive di squadra” (p. 220).

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