L’inferno sono i Giganti. Gabriele Lavia e il Pirandello estremo

Focus

Bella messinscena dei Giganti della montagna diretta e interpretata da Gabriele Lavia

“Siamo apparenza fra le apparenze”, dice a un certo punto il Mago Cotrone ne I giganti della montagna, ultima, incompiuta opera di Luigi Pirandello (ora all’Eliseo di Roma, poi in tournée): ed è una frase molto “pirandelliana” ma che non sfigurerebbe nel grande teatro europeo del Novecento, da Cechov a Sartre, vale a dire in quell’incredibile Enciclopedia dell’Essere che è appunto il Teatro.

Gabriele Lavia vince la sfida alla sua maniera, rischiando il corpo a corpo con un testo teatralmente e filosoficamente difficile sul terreno che gli è più congeniale: fare teatro totale inoltrandosi in un testo che è una feroce critica del teatro, in un certo senso il suo testamento. Già, perché il meccanismo dei Giganti, leggibile su molti piani, è tutto giocato sulla sfida teatrale di questa strana Compagnia dei Scalognati che arriva in una terra di nessuno – la Sicilia, pare suggerire Lavia – dove il Mago Cutrone  e la sua banda circense cerca in qualche modo un’intesa – nel nome proprio della finzione – con la Contessa Ilse che guida la Compagnia. La dialettica Cutrone-Ilse è filosoficamente impervia nell’andirivieni fra realtà e finzione e poi ancora realtà e poi ancora finzione: il mondo-Cutrone e il mondo-Ilse hanno un nemico in comune, i minacciosi e ignoranti Giganti che stanno sulla montagna, incombenti e infine precipitati sui nostri eroi, prima che cali il sipario sull’opera incompiuta ma che ci fa chiaramente capire che tutto è perduto (Ho paura, ho paura…”, le ultime parole dell’opera pronunciate da Ilse). I Giganti la vincono sui teatranti (come nella realtà accadde personalmente a Pirandello cent’anni fa a Canicattì quando il pubblico, non capendolo, si rivoltò contro i Sei personaggi in cerca d’autore…), metafora terribile e infernale della disfatta della Cultura ma anche dell’Innocenza.

Si tratta di un lavoro a suo modo grandioso, contenente mille spunti che hanno interrogato la coscienza e la scienza del teatro italiano. Impossibile non pensare a Giorgio Strehler che ne fece ben tre allestimenti (nei Quaranta, nei Sessanta e nei primi Novanta) di cui vedemmo appunto l’ultimo, con Tino Carraro-Cutrone a Andrea Jonassson-la Contessa. Gabriele Lavia, ormai raggiunta la vetta della classicità recitativa, ci è parso conferire un tratto da raisonneur, peraltro tipicamente pirandelliano, al suo Mago. E’ poi parsa all’altezza del non facile compito di interpretare la Contessa Ilse Federica Di Martino e soprattutto va fatta una menzione speciale per Nellina Laganà, magnifica nel ruolo della Sgricia.

Alla “prima” romana molti attori e registi nonché personalità politiche, da Achille Occhetto a Fausto Bertinotti, da Gianni Letta a Pietro Grasso a Luciana Castellina. Dei gialloverdi nessuna traccia: forse Pirandello non è per loro.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli