Se il presente non può avvilupparsi su se stesso. Un libro di Mordacci

Focus

“La condizione neomoderna” parla della nuova modernità, al tempo stesso una sfida e una speranza

Aleggia lo spirito di Jean-Francois Lyotard in questo bel libro, teso come una corda e decisivo come un duello all’alba, intitolato La condizione neomoderna (Einaudi, pagg.129, euro 12) e scritto dal filosofo Roberto Mordacci. E’ infatti al famoso pensatore francese che si deve, nei tardi anni ’70, una sorta di ufficiale battesimo della cosiddetta “società postmoderna”: il collasso delle grandi narrazioni collettive che involvono in dispositivi terribili di potere – i totalitarismi del Novecento per quanto riguarda il sistema idealistico-storicistico, e il positivismo scientista che misura e quantizza tutto per quello emancipativo-illuminista –, con i “giochi linguistici” alla Wittgenstein che si ritrovano a essere l’unica possibile architettura per ricondurre a un logos elastico i saperi pullulanti innescati dalla Comunicazione e dall’industria culturale.

Il postmoderno secondo Mordacci

Ma allora, come viene giocato questo “gioco”? Per farvi riconoscere al suo interno davvero tutti, senza più letture sostanzialistiche e metafisiche della vita; o con l’inflazionata leggerezza dei tanti discorsi che oggi ci piovono addosso dalle fake news, dalla tv, dai new media, dal web, dove davvero ogni racconto si autolegittima, trova la sua veridicità in se stesso, senza porte né finestre verso l’alterità e verso un lessico comune che abbracci le ragioni e le esigenze di tutti i soggetti parlanti?

Il postmoderno, insomma, secondo Mordacci – e come dirgli di no -, avrebbe sì abbattuto le paratie stagne di quella Storia che si diceva mossa dal Progresso, dallo Spirito o dagli antagonismi di Classe, e destinata a un grado di civiltà sempre più alto, ma, al tempo stesso, consegnato le chiavi di questa cassaforte della nuova prassi al consenso e al denaro “per perpetuare la ripetizione delle dinamiche di consumo e di dominio”, condannandoci a un nichilismo ignavo, a una slavina concettuale, al dissodamento di ogni verità, all’impossibilità di una reale comprensione dell’esistente. E, dunque, a un senso di fissità depressiva, di roteante inutilità, di ironia senza cambiamento.

I postmodernisti avrebbero criticato la Ragione nelle sue derive assolutiste, ma buttando alla fine il bambino con l’acqua sporca, credendo più in un mondo di rutilanti falsità che si inseguono nel teatro dell’informazione globalizzata, che non al recupero di quella prima modernità che Mordacci intende riabilitare, e che ha dalla fine del ‘400 all’Illuminismo il momento di massima espressione di una “ragion pratica” che non va affatto sprezzata, anzi rivalutata nei suoi contenuti universalistici e critico-costruttivi, nel coraggio del conoscere, e nell’eroismo del confronto e della soluzione dei problemi.

Ponderazione, discernimento e rispetto

Soprattutto in una temperie come la nostra dove – dice Mordacci – servono “ponderazione” e “discernimento”, e “rispetto” fra simili, viste le laceranti emergenze che ci investono come prodromi di “una nuova barbarie”. Per i postmodernisti “poiché non vi è uno scopo finale della storia, non vi è nemmeno un senso, un metro di valutazione degli eventi, dei regimi, delle guerre. Pretendere di valutare una strage, un atto terroristico o un’invasione è in sé violenza e pretesa dogmatica.

Il che significa che ciascuno giudicherà, legittimamente, i propri scopi e i propri valori come assolutamente validi per sé e per i propri sodali, senza alcun metro di confronto con gli altri sullo scenario del mondo”. Insomma, il postmoderno da epifania del Nuovo come no alla Tradizione, a principi incontestabili e, conseguentemente, all’oppressione e all’ineguaglianza, si candida ad essere un’ortodossia conservatrice, che fa delle nebbie irenistiche e dell’appannamento delle coscienze la sua arma letale. E non è un caso che Umberto Eco in una sua “lectio” alla Columbia University del 1995, appena pubblicata come Il fascismo eterno (La nave di Teseo, pagg. 51, euro 5) attribuisca proprio al “rigetto dello spirito del 1789”, alla cultura vista con sospetto, alla negazione del pensiero complesso e al “populismo qualitativo” che vira verso le sintassi elementari e semplicistiche della tv e della sua “neolingua”, alcuni dei 14 punti cardine di un Ur-Fascismo, di un fascismo fondamentale e strisciante, vaccinarci dal quale deve essere una costante, come per morbillo e vaiolo, proprio perché “può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti”.

Regole, non dissacrazioni

Pur, talvolta, liquidando un po’ troppo sbrigativamente autori come i francofortesi o Bauman o Derrida, e allineandosi con un pizzico di ingenuità ai nuovi realismi filosofici, irti di contraddizioni che non vengono spiegate, Mordacci ci lancia un monito: non servono più dissacrazione e dispersione, divertissement e giocose attese come per i flaneur del postmodernismo; servono regole e griglie, scale etiche e attenzione ai problemi, serve un soggetto attivo, operativo, impegnato e non farneticante, sveglio e non flaccido, ri-politicizzato perché ri-convertito alla sua immarcescibile ragionevolezza e solidarietà. Serve “un principio critico di analisi e di costruzione, benché fallibile, di relazioni e istituzioni vivibili”.

Ecco dunque lo squarcio fenomenologico così attuale, così febbrile, foriero di accenti salvifici, secondo l’allarme filosofico di Mordacci: il presente non può continuare ad avvilupparsi su se stesso, sul godimento effimero, sull’uniformità gestita dei comportamenti, sulla mortificazione del soggetto a fantasma, merce, spettacolo, ma deve riconnettersi a quella dimensione inquietante dell’essere dove ci ritroviamo infinitamente creativi e potenti nel riscrivere il testo delle nostre emozioni e azioni più autentiche.

Ma per non ridurre questa nuova auto-fondazione dell’umano a discorso fra anime belle, e visto che proprio sulla mutazione della parola libera in un virus da sterilizzare si gioca lo sfregio della Comunicazione e della Televisione oggi, non va mai sforbiciata, anzi riproposta, quella pars destruens dei grandi filosofi “del sospetto” che Mordacci lascia un po’ troppo sullo sfondo come esegeti fallimentari di una ragione incompresa in tutte le sue sfaccettature. Servono ancora, e tantissimo, gli anti-sistema, i volti “maledetti”, i de-figuratori di quell’Osceno apparecchiato ogni giorno dalla politica mediatizzata e dai media politicizzati. Eco, non a caso, concludeva quel suo intervento con un sonoro “Non dimenticate”.

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