Cos’era l’Italia alla fine degli anni ’70

Focus

L’Italia di quei giorni, ma in generale di quegli anni, era un paese dal punto di vista dei costumi abbastanza normale, nei parametri del mondo occidentale contraddistinto dal libero mercato: con i suoi eccessi e i suoi successi

Cosa era l’Italia alla fine degli anni Settanta e cosa si mosse nei suoi costumi, consumi, nella sua quotidianità nei 55 giorni che separarono il rapimento di Moro dalla sua tragica uccisione?

Ce ne dà conto in un libro interessante, per approccio e scrittura, Stefano Massini: “55 giorni. L’Italia senza Moro”, Il Mulino, Bologna 2018, euro 14. Il testo è singolare perché tenta di descrivere, anche non riuscendovi sempre, a mio parere, cosa si muovesse nel paese in quella fine decennio così tumultuosa in cui si registrò il rapimento e l’omicidio di uno dei suoi uomini di governo, di cultura e di politica più valenti.

L’Italia di quei giorni, ma in generale di quegli anni, era un paese dal punto di vista dei costumi abbastanza normale, nei parametri del mondo occidentale contraddistinto dal libero mercato: con i suoi eccessi e i suoi successi; i suoi tratti edonistici e la sua ricerca di sobrietà; con la sua secolarizzazione incipiente (su cui ragionerà con grande acume un maestro della storiografia cattolico-democratica come Pietro Scoppola) e la sua voglia di divertirsi; il suo sacro e il suo profano; le sue paure e le sue speranze.

Era un paese di diadi, di abbinamenti forse arditi ma normali in società complesse e industrializzate come la nostra e come quelle dell’occidente. La Dc aveva accompagnato, favorito, con eccessiva indulgenza forse e con errori e scandali interni, la crescita del paese con tutte le sue sperequazioni ma con tutti i suoi successi e avanzamenti sociali ed economici, aspetto quest’ultimo che va sempre tenuto presente: non c’era in Italia nessun regime da abbattere, ma una democrazia fondata su libere elezioni, su partiti democratici, sul libero confronto politico e sociale, pur all’interno delle rigidità (sempre meno a dir la verità) dello schema bipolare e internazionale.

La gente, nella sua normale quotidianità, non sembrava avere molta voglia di lotta di classe. Il libro fondamentalmente descrive, attraverso l’analisi intelligente di quanto si muoveva in senso “extra politico” (che poi totalmente extra, in quegli anni, non era), una realtà nazionale che voleva sottrarsi, con un movimento iniziato da tempo, ad ogni sorta di disciplina, ad ogni sorta di doveri.

Quantomeno la voleva modulare alle nuove richieste di partecipazione politica, alle nuove esigenze sociali. Il volume segnala come nel paese, di fronte ad una sorta di delusione da mancate promesse democratiche, e forse anche oltre quelle più o meno supposte, si cominciasse a depositare malcontento, rancore e radicale risentimento verso la classe dirigente: “Nanni Loy semina
per le strade i suoi rododendri – scrive l’autore – della collera intestina, spesso e volentieri sentendosi rispondere che niente irrita di più l’uomo comune della provvisorietà, delle disoccupazione, delle perenne incognite della crisi, del non sapere cosa accadrà domani” (p. 104).

Fra tanti paragoni forse forzati, almeno a mio parere, (come quello fra il complessivo mondo descritto dal cartone animato di Heidi e il consumo di droga che in quell’anno raggiunge il suo apice “insegna il cartoon – scrive – il sistema di valori di zia Dete e della Rottenmeier è tutto basato solo sull’ansia del controllo, sulla mania dell’escludere rischi. Così fu per lo spauracchio della droga: dietro l’alibi di del proteggere i figli dalla morfina si nascondeva la parte reazionaria del paese timorosa di trovarsi con
prole terrorista”), l’autore ne propone alcuni suggestivi fra cui quella fra Niki Lauda e Aldo Moro.

Fra la vicenda del pilota di Formula 1, che nel 1976 aveva subito un drammatico incidente, era tornato, a stretto giro di posta, con tenacia, alla guida ma poi, per timore, rinunciò ad una gara, in Giappone, per l’asfalto eccessivamente bagnato e perse il mondiale, e lo statista democristiano colto nella sofferenza data dai giorni del sequestro fino alla tragica fine: “La storia di Niki Lauda precede di così poco quella di Aldo Moro. E i due a mio vedere si assomigliano molto, nella tenacia estrema come nel precipizio dello sconforto, Il ricordo di Lauda in Ferrari rimarrà sì quello di un leone deciso a salvarsi, ma anche quello di un uomo impaurito, sopraffatto da una pioggia impietosa e da una sorte ineludibile. Perché la verità è che a nessun pilota si permette la paura: la Formula 1 è il regno del pericolo accettato come tale, in cui l’umanità di chi guida si assembla al rombare dei motori, in un tutt’uno con la macchina, priva di qualunque sentire. […] Moro ha prevenuto ciò che solo internet avrebbe sdoganato, offrendo senza pudore la verità di un politico che si spoglia del ruolo diventando prioritariamente uomo, marito, prioritariamente padre, nonno, e poi ancora amico tradito, cristiano deluso, ostaggio abbandonato. E infine addirittura un corpo qualsiasi, ripiegato dentro un bagagliaio” (p.157).

Massini sviluppa un discorso acuto, che coglie, di fondo, un aspetto sostanziale di quel tempo e cioè la follia dei brigatisti, che nasceva, fra tanti altri fattori di tipo economico-politico e sociale, anche dal sostrato di risentimento che si era depositato, e si stava posando, sul fondo della nostra società e cui di cui l’ideologia era diventata una sorta di detonatore. Allo stesso tempo pur non essendo un libro di politica coglie come Moro fosse comunque fra i dirigenti della Dc più attenti al paese e alle sue richieste. Egli aveva compreso come si stava muovendo il complesso della società italiana e allo stesso tempo aveva intuito come un certo sentimento rancoroso si stesse diffondendo fra la gente, anche per responsabilità del sistema e del mondo dei partiti colto nella sua complessività, e che per questo andava riformato.

Ne era persuaso ma non ci stava a cedere a processi sommari, la sua raffinata e profonda sensibilità sociale, non intendeva cedere, quasi arrendendosi, alla jacquerie popolare contro i partiti tout court e contro la Democrazia cristiana in particolare. Intendeva altresì intavolare con la società un reciproco scambio, un confronto serrato e schietto, senza pregiudizi né in un senso né nell’altro (men che mai verso la Dc che pure lui sapeva fosse da riformare, e forse rifondare in alcuni aspetti, ma di cui aveva ben presente il ruolo centrale di progresso e democrazia che aveva svolto nel paese).

E il 28 febbraio del ’78 nel famoso discorso ai gruppi parlamentari della Dc disse: “Abbiamo quindi una emergenza economica, una emergenza politica, e io sento parlare di opposizione, del gioco della maggioranza e dell’opposizione. Sono in linea di principio pienamente d’accordo: nel nostro sistema che è il migliore, anche se limitato ad un esiguo numero di Stati privilegiati, questa idea di una maggioranza e di una opposizione intangibili e intercambiabili mi pare cosa di grandissimo significato. Ma immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica della opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo?”.

Ecco: passionalità intensa e strutture fragili, le stesse che lui voleva riformare e per cui fu oggetto di attacchi sin dagli anni ’60 (con lo sforzo per la costruzione del primo centrosinistra allargato al Psi) fino al tragico epilogo contrassegnato dai 55 giorni che Stefano Massini ci descrive con brio e curiosità.

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