I muri vecchi e nuovi di un Potere che seduce

Focus

“Liberi di crederci” di Walter Quattrociocchi

In un testo che sembra un clone del suo precedente Misinformation, Walter Quattrociocchi (stavolta con la collaborazione della giornalista Antonella Vicini) ci riavvicina alle derive della Rete con questo Liberi di crederci (Codice edizioni, pagg. 142, euro 15), testo che ripropone l’urgenza di capire le contraddizioni laceranti di una informazione sempre più disintermediata, ma non per questo libera democratica e soddisfacente, e di andare alle radici antropologiche di uno scadimento dei toni della comunicazione e della parola pubblica che ci avviluppa.

Ne esce un lavoro ibrido – come l’altro – dove di fronte alle pretese illustrative delle scienze computazionali, delle ricerche statistiche e matematiche e delle sentiment analysis, si scopre l’importanza di filtri conoscitivi molto più profondi e meno freddi che toccano la filosofia, la sociologia, la storia delle idee, gli approcci psico-sociali, qui come lì appena abbozzati, ma che sanno quasi di autogol metodologico.

Viviamo, insomma, secondo gli autori, in un’epoca caratterizzata da quella che lo studioso coreano Byung-Chul Han ha definito “narcisismo negativo”, e che nulla c’entrerebbe con la vanità, bensì con una spesso crudele revanche dei soggetti, che scavalcano il rispetto e il dialogo tipico della polis per porsi come annichiliti urlatori, autoincensanti e speculari a se stessi, che colmano il loro angosciante vuoto esistenziale con quegli “incendi digitali” che li spingono a credere fermamente che le cose stiano così come le loro inverificate credenze dettano, rinserrandosi soprattutto sul web in “comunità chiuse” dove l’altro è negato e vittimizzato.

Schiacciati fra l’esigenza di distinguersi e quella di omologarsi, di produrre contenuti e idee presunte originali e di trovare rassicuramento nel branco, ecco che si corre il rischio di vivere in una “camera degli specchi”, in quelle che tecnicamente si chiamano “echo chamber”, ovvero spazi virtuali dove ci si asseconda reciprocamente autorinforzando spesso il proprio nulla conoscitivo, in un manicheismo che vede nell’interlocutore un nemico da abbattere.

I bias di conferma si sclerotizzano come pregiudizi aprioristici e una post-truth, una post-verità sempre più cinica e autocatalizzata si sostituisce al duro lavoro del confronto e di una comprensione lucida e finalizzata. “Ciò che ci guida è un driver evolutivo e autoconservativo che cerca molto semplicemente il soddisfacimento di bisogni che poco hanno a che fare con il razionale, anche per come emergono e si
formano”.

Della serie: siamo esseri nati nella debolezza e nell’emotività e abbiamo bisogno di narrazioni confortanti. E questo il potere, ufficiale e laterale, sembra averlo capito fin troppo bene, favorendo sistemi di diffusione delle idee che si appoggiano troppo al marketing e a nebulose concettuali eterodirette, e innescando il desiderio di fare tutto da sé, in proprio o in tribù, con il rischio che ciò che sembra libertà è invece quel “business model dei social” che premia “popolarità e polarizzazione”.

Creare nuove mitologie che ci sottomettono e salutare la nascita di una nuova “Era della Segregazione” sembrano essere ben più che fantasmi passeggeri, allora, e non si può che superare vecchie e attuali barriere ritornando all’arcaico “chi siamo”.

Wole Soyinka, attivista nigeriano e premio Nobel per la Letteratura nel 1986, se ne occupa in L’uomo è morto? Smurare la libertà (Jaca Book, pagg. 102, euro 15), opera di sofferta militanza e di grande pathos intellettuale, là dove dice: “La funzione del Potere è alimentare forme di seduzione che attenuino l’imperativo morale”, proprio allo scopo “di intrappolare e anestetizzare la mente collettiva”. I muri sono tanti. Quelli di pietra, come quello di Berlino, quelli delle nuove babilonie, delle costrizioni soft, delle tradizione violente, dei fondamentalismi striscianti e sanguinari, delle Twin Towers che crollano nella speranza malata di segare il mondo in due.

Ovunque c’è muro c’è paura, dice Soyinka. E quindi psicopolizie all’opera, “calcificazione e irreggimentazione” delle volontà, negazione della dignità e della giustizia naturali, “anti-menti” pronte a distruggere la creatività, la laboriosità, la gioia dello stare insieme. Che il terrore venga da uomini armati, o da “narcotici verbali” che penetrano soavi nei nostri cuori inermi, servirà allora un collettivo pellegrinaggio al “Santuario Universale dell’umanità” le cui porte – garantisce l’autore imprigionato in Nigeria negli anni ’60 per il suo impegno politico – non sono sbarrate per nessuno.

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