Perché Scurati ha vinto il premio Strega

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“M-Il figlio del secolo” stravince l’ambito premio letterario. Un gran romanzo da cui emerge la figura di una gran bugiardo che seppe ingannare tutto un Paese

Come previsto da molti, Antonio Scurati ha vinto il premio Strega con “M-Il figlio del secolo” (Bompiani). Anzi, stravinto. Scurati ha ottenuto 228 voti, andando ben oltre le aspettative, con circa cento punti di distanza da Benedetta Cibrario  con “Il rumore del mondo” (Mondadori) , arrivata seconda con 127 voti e da Marco Missiroli con “Fedeltà” (Einaudi) con 91. Dopo di loro, Claudia Durastanti con “La straniera” (La Nave di Teseo) e Nadia Terranova con “Addio fantasmi” (Einaudi).

“M” sta vendendo molto. E’ un romanzo storico che narra le origini del mussolinismo fra realtà e letteratura (non diciamo “finzione” perché di finto non c’è nulla, nelle centinaia di pagine – scorrevolissime – del libro).

Dunque si è volto premiare la popolarità, il gran successo editoriale, magari tributare con un premio la larga vendita di copie? Non sappiamo, e non crediamo stia qui la ragione della vittoria di Scurati.

Il quale, innanzi tutto, si conferma gran narratore di storie. E una “storia” come quella di Benito Mussolini è davvero materia per un romanzone – con un tratto persino ottocentesco – fatto di mille sotto-trame e di cento personaggi, un canovaccio gigantesco che ha per scena nientemeno che la Storia italiana negli anni cruciali dal primo dopoguerra al 1925 che a rileggerla come la racconta Scurati ha per davvero molte pagine scure, e solleva inquietanti interrogativi.

Uno di essi che personalmente ci ha turbato riguarda il popolo dell’Italia centrale, l’Emilia degli agrari, la Ferrara di Italo Balbo, lo squadrismo bolognese; e ancora la Toscana del primo fascismo, i picchiatori fiorentini, il famoso Dùmini – l’assassino di Giacomo Matteotti.  

Considerando quello che Emilia e Toscana sono poi state nel secondo dopoguerra e sono tuttora, cioè popolazioni civilissime in grado fra l’altro di inventare un sistema di welfare senza pari nel resto del Paese, un esempio di buongoverno, cultura e tolleranza, viene da domandarsi come potesse allignare, in quelle terre, un enorme grumo di violenza anti-popolare, e come sia stato possibile che da lì provenissero tanti “quadri” del primo fascismo – fra i quali, ovviamente, Benito. Bernardo Bertolucci, nel suo capolavoro, ce l’aveva in qualche modo sbattuta in faccia, questa contraddizione, impersonificandola nei due protagonisti di “Novecento”: ma nel romanzo di Scurati la forza bruta dei fascisti emiliani e toscani ci ha lasciato un’impressione più dura.

Un altro elemento – tante volte analizzato ma ogni volta sorprendente – riguarda l’inanità dell’antifascismo, segnatamente dei socialisti massimalisti, la loro famosa “sottovalutazione” di un fenomeno come quello fascista che non era solo il sintomo della decadenza ma la malattia di un popolo. Scurati racconta tutto, con maestria. Sfilano sotto i nostri occhi Turati, Serrati, Modigliani, per tacere di Benedetto Croce: tutti, in misura certo diversa, incapaci di vedere. Anche i comunisti, persi negli schemi terzinternazionalisti. Si staglia nel racconto invece Giacomo Matteotti,e non solo per la tragica sua fine, ma per il profilo umano, dolente e scrupoloso, grande figura tragica in una tragica commedia del potere.

 

E poi c’è lui, Mussolini. “M”, come il Mostro di Dusseldorf di Fritz Lang.   Il figlio del secolo. Un “mostro” a tratti umano – e l’autore è abile nel non indulgere in ritratti a tutto tondo né in un senso né in un altro – prigioniero di una sorta di schizofrenia che fa coincidere l‘amor sui con l’amore per la Patria. Qualcuno ha avuto un’impressione diversa, forse dovuta alle psicologicamente sottili pagine sugli amori del capo del fascismo, ma personalmente abbiamo trovato il Mussolini di Scurati un essere spregevole, un assassino, con evidenti tratti di anormalità mentale. Eppure con qualcosa di assolutamente speciale, non fosse altro che per l’innata capacità di ingannare, ingannare, ingannare. Un gran bugiardo alla conquista del suo Paese. Che ci cascò in pieno. A Antonio Scurati dunque il merito di aver saputo riaccendere una luce aspra e insieme raffinata sul buio italiano.

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