I giovani di Napoli contro l’insicurezza

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I ragazzi che tenevano in mano il cartello “Io non ci sto”, scandendo come un rap questa frase a voce alta, sono stati un raggio di sole in un luogo preda di paure e di reticenze

Il lungo corteo, affollato da tantissimi ragazzi delle scuole e dai loro insegnanti, si conclude a Pazzigno, uno dei luoghi più tristemente famosi per essere simbolo di degrado e di criminalità. La mattina di giovedì 16 hanno attraversato il quartiere di San Giovanni a Teduccio gli istituti scolastici Sarria Monti, Scialoia Cortese, Rodinò Cavalcanti, Don Milani, Solimena, 69esimo Circolo didattico e insieme a loro molte associazioni della zona orientale di Napoli. Lo hanno fatto per ribellarsi al pesante clima di insicurezza che si respira in quella che fu l’area industriale per eccellenza, la più grande del sud e storica roccaforte della sinistra, dove un mese fa, di fronte alla scuola Vittorino da Feltre, ci fu un agguato camorristico in pieno giorno, mentre la vittima dei killer stava accompagnando a scuola la nipotina.

Ed è proprio da quell’istituto e dalla sua coraggiosa dirigente scolastica, Valeria Pirone, che è nata questa mobilitazione. Non la prima a dire il vero, poiché già l’anno scorso si era tenuta una marcia contro le “stese” (i raid che i giovanissimi camorristi fanno per le strade, sparando ad altezza uomo, per segnare il predominio su una delle tante piazze di spaccio). A un anno di distanza la situazione, se possibile, è peggiorata, ma anche la consapevolezza è cresciuta e molti di più hanno partecipato alla manifestazione.

I ragazzi che tenevano in mano il cartello “Io non ci sto”, scandendo come un rap questa frase a voce alta, sono stati un raggio di sole in un luogo preda di paure e di reticenze. Loro, i figli del quartiere, hanno probabilmente aperto una strada che i loro genitori non hanno ancora voluto percorrere. Sì, perché la manifestazione era bella e vitale, ma gli “adulti” non c’erano e troppe finestre erano ancora sbarrate al passaggio del corteo. A poche centinaia di metri dall’altro episodio delittuoso che ha scosso le coscienze, il ferimento della piccola Noemi con un proiettile di quelli usati in guerra, è toccato ai bambini e ai loro insegnanti cercare di illuminare strade altrimenti buie e piegate dal terrore.

Uno degli straordinari insegnati che ho incontrato mi ha raccontato di essere nato nel quartiere, in particolare nei pressi di quello che viene chiamato il “Bronx” e non credo sia necessario spiegare il perché. Vive ancora lì e insegna in una scuola della zona. Mi ha detto che certe strade, come quella che avevamo appena fatto e che passa in mezzo alle palazzine di Pazzigno, non le percorreva mai e, se proprio costretto, lo faceva “a occhi bassi”, perché qui anche uno sguardo di troppo può essere pericoloso. Oggi era contento: perché questa volta, con quella rumorosa “scorta” di bambini, aveva potuto attraversarla a testa alta.

Poi si è girato e mi ha mostrato due cose. A due metri da noi c’era un sito archeologico, anche se fatico a definirlo così, completamente abbandonato. Un luogo di incanti passati, dove sorgeva una villa dedicata all’imperatore romano Teodosio (da cui il nome “a Teduccio” che appella il quartiere), che fu meta delle feste più sfarzose dell’antichità. E poi, a poche decine di metri, un rudere abbandonato dell’ex Manifattura Tabacchi, uno dei grandi progetti incompiuti di Napoli, dove doveva sorgere niente di meno che la Cittadella della Polizia.

In effetti chi non conosce la mia città non ha idea di quanto sia preziosa la lingua di terra di due chilometri quadrati e venticinquemila abitanti che si chiama San Giovanni a Teduccio. Lì c’erano le fabbriche più moderne, è passata la prima ferrovia italiana, la Napoli – Portici, si affaccia sul mare ed è parte del porto napoletano. Ed è proprio a San Giovanni che il governo Renzi, insieme a Gaetano Manfredi, Rettore dell’Università Federico II, hanno convinto Tim Cook a costruire il centro d’eccellenza europeo della Apple Academy.

Napoli, che oggi è finita sulle prime pagine per l’ennesima passerella di Salvini in Prefettura, non ha bisogno di mirabolanti promesse o improbabili patti di “unità nazionale” contro la Camorra e contro tutte le mafie. Queste sciocchezze le può dire solo un ministro dell’Interno che non sta facendo il suo lavoro e che non fa funzionare la macchina che pure dovrebbe guidare. Non abbiamo nessun bisogno di essere richiamati all’unità, poiché noi siamo sempre stati dalla stessa parte, contro ogni forma di criminalità organizzata, ben prima di Salvini (ricordo ancora quando la Lega nel 2010, ancora con un ministro dell’Interno leghista come Maroni, negava l’esistenza della mafia in Lombardia) e indipendentemente dal governo temporaneamente in carica. Non cadremo nel tranello di chi sta aumentando paure e insicurezza a scopi elettorali, per poi essere richiamati a una unità che suona falsa in ogni suo aspetto. Salvini ha eletto a suo nemico i migranti. Tutto il resto è propaganda.

Noi, invece, abbiamo bisogno di più risorse per la repressione dei fenomeni criminali, ma anche di vere politiche di inclusione sociale per il Mezzogiorno, che a oggi il governo giallonero non ha mai fornito. Vogliamo un ministero che funzioni e un ministro che la smetta di fare il pagliaccio in giro, poiché per noi le istituzioni vengono prima della politica partitica, per noi la sicurezza è davvero un valore e non una bandiera demagogica. Perché qui si spara ancora, anche di notte negli ospedali, e non ne possiamo davvero più.

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