Il naufragio del 18 gennaio si poteva evitare? Il racconto dei superstiti evidenzia gravi omissioni

Focus

La Guardia Costiera nel mirino delle indagini della procura: si indaga per una possibile omissione di soccorso

“Chiudevo gli occhi per non vedere i morti intorno a me”. Nelle parole di Nasir c’è tutto il male del mondo, la sua disumanità, la sua noncuranza e la sua ipocrisia. Perché ci sono alcune tragedie che semplicemente accadono, ma ci sono avvenimenti tragici che invece possono, e devono, essere evitati. Uno di questi sarebbe potuto essere il naufragio del 18 gennaio scorso che ha visto morire in mare 117 persone. Molti erano donne e bambini, uno soltanto di due mesi.

Erano partiti dalla Libia. Sono affondati a 50 miglia da Tripoli. Sono soltanto tre i superstiti che hanno raccontato ciò che hanno visto al procuratore aggiunto di Agrigento che è andato ad interrogarli a Lampedusa dove sono stati portati in un grave stato di ipotermia. Quello che hanno cominciato a dire – e che oggi viene riportato da alcuni giornali fra cui la Repubblica – è davvero terribile e potrebbe costituire un reato ai danni della nostra Guardia Costiera che, secondo i racconti, non ha coordinato i soccorsi in modo adeguato e, per questo, ci potrebbe essere il reato di omissione di soccorso. Intanto si aperto un’inchiesta in tal senso.

Cosa è successo

Il gommone era partito dalle coste libiche strapieno di persone, circa 120; per starci tutti dovevano addirittura rimanere con piedi fuori dall’imbarcazione. Il gommone ben presto comincia ad imbarcare acqua e i naufraghi a bordo, attraverso un telefono satellitare, cercano di mettersi in contatto con i soccorsi ma non risponde nessuno. Tre ore di telefonate senza risposta. Dopo qualche ora un aereo dell’Aeronautica militare di Sigonella avvista un “gommone in fase di affondamento” e avvertono il loro comando, non prima di aver lanciato due zattere di salvataggio. Le zattere si aprono regolarmente ma molti dei naufraghi non sanno nuotare e non riescono a raggiungerle per mettersi in salvo. Molti di loro sono già affogati, scivolando in acqua.

Ora Roma sa che c’è una nave in difficoltà ma non comanda nessun intervento perché il gommone è nelle acque di competenza libica. Anzi la Sea Watch chiede le coordinate per poterla andare a soccorrerla ma la risposta è sempre la stessa: “Chiamate i libici”. Solo che dalla Libia non rispondono. Non rispondono né alla Ong ne alla IMRCC italiana. Ma se loro non rispondono, e quindi non intervengono, secondo i pm d Agrigento neanche Roma fa niente. Eppure essendone a conoscenza dovrebbero intervenire anche se la zona di mare non è di sua competenza. Secondo la Convenzione di Amburgo, infatti, fino a quando l’autorità competente non si assume la responsabilità, l’autorità è di chi ne viene prima a conoscenza.  Ma invece nessuno fa niente, non vengono avvertite nemmeno le navi che transitano lì vicino. Solo nel primo pomeriggio decidono di dare le informazioni su dove si trova il gommone. La Sea Watch però è a 10 ore da loro.  Le navi che prima avrebbero potuto intervenire ora sono molto lontane. La guardia costiera libica dice di non avere nessuna motovedetta a disposizione e non fa uscire nessuno per cercare superstiti.

Il tempo passa e la vita si ferma. Dal naufragio passano sette ore prima che qualcuno arrivi in zona a cercare i cadaveri. Ma è buio e non trovano nessuno. Sono tutti morti.Si sono slavati in tre.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli