“Il nazionalismo polacco è alla ricerca di un nemico”. Parla lo storico Daniele Stasi

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“Il gruppo di Visegrad? E’ diviso sul ruolo della Russia di Putin, non si spingerà mai fino ad uscire dall’Unione europea”

“Il gruppo di Visegrad? E’ diviso sul ruolo della Russia di Putin, non si spingerà mai fino ad uscire dall’Unione europea e concepisce ogni altro nazionalismo – anche quello italiano – come un potenziale nemico”. Lo sostiene Daniele Stasi, docente di Storia delle dottrine politiche all’ateneo di Foggia e all’Università di Rzeszów, che al nazionalismo polacco ha dedicato una monografia recente (“Le origini del nazionalismo in Polonia”, Franco Angeli”).

Come spiega il passaggio dalle rivolte antisovietiche per la libertà in Polonia al consenso popolare per un governo che non nasconde la propria vocazione autoritaria?

“Dopo il 1989 la Polonia, come gli altri Paesi del gruppo di Visegrad, aveva aderito all’economia di mercato e allo Stato costituzionale. Il parziale fallimento della trasformazione di tipo neoliberale, a fronte della permanenza di larghe sacche di povertà, ha determinato una sfiducia nei confronti della democrazia partecipativa e, più in generale, di un sistema costituzionale dove le maggioranze parlamentari non possono arrogarsi il diritto di rappresentare autonomamente “l’autentica volontà nazionale” (ad esempio per cambiare la Costituzione). La sfiducia verso la democrazia rappresentativa si è aggravata in seguito alla crisi economica internazionale. Va ricordato, inoltre, che la Polonia, al pari degli altri Paesi di Visegrad entrati nell’UE nel 2004, aveva da poco riconquistato l’autonomia nazionale dopo decenni vissuti sotto il tallone di una potenza straniera. Rispetto all’esigenza di rafforzare la riconquistata autonomia nazionale, alcune politiche europee sono rappresentate dalla elite al governo come una nuova minaccia, un nuovo nemico esterno”.

In questa ricerca del nemico il nuovo nazionalismo polacco sembra tornare all’antico

“E’ vero. Sin dalle sue origini alla fine del secolo XIX, il nazionalismo in Polonia ha rappresentato l’esistenza di un nemico, esterno e interno, quale fattore di coesione e definizione dei confini nazionali. Il nemico esterno era costituito dalle potenze straniere, soprattutto la Russia e la Germania, che si erano spartite la Polonia alla fine del XVIII secolo. Il nemico interno era l’ebreo che, secondo la rappresentazione nazionalista, costituiva un “corpo estraneo” refrattario rispetto al fine della riconquista e del mantenimento della sovranità nazionale dei polacchi. Il nazionalismo di oggi definisce altri nemici all’esterno e all’interno: all’esterno, l’Unione Europea governata dai mercanti e dai tecnocrati disinteressati e insensibili al problema della conservazione delle identità nazionali; all’interno, dagli immigrati rappresentati come una minaccia per l’ordine pubblico e un pericolo per l’identità culturale. L’identità e la coesione nazionale sembrano, in questo senso, essere basate sulla logica schmittiana dell’amico/nemico: la nazione viene definita nel suo rapporto con l’altro percepito come antagonista, minaccia, disordine e, appunto, nemico”

Come viene percepito dal gruppo Visegrad il governo gialloverde italiano, che a parole vanta la sponda diplomatica di quei paesi?

“Il governo in carica in Italia è, in molti casi, rappresentato come la conseguenza di una lunga malattia del sistema democratico nazionale, l’ennesima convulsione dopo il ventennio berlusconiano. E’ abbastanza difficile chiarire agli osservatori dell’Europa centro-orientale come un partito federale e antimeridionalista si sia trasformato nel suo esatto contrario, vale a dire un partito centralista e nazionalista, e abbia conquistato il consenso di molti meridionali pur non attuando, a parte il confuso richiamo alla legge  e all’ordine, una politica di reale sostegno del Mezzogiorno. Ancora più difficile è cercare di spiegare come il nostro Paese, che ha avuto in anni passati una classe dirigente di alto livello, che gli ha consentito tra l’altro di svolgere un ruolo di primaria importanza nella politica internazionale, in particolare nell’area del Mediterraneo, oggi sia governato da forze che contestano apertamente la rappresentanza e sembrano condannare il nostro Paese a una sostanziale marginalità per quanto riguarda la politica estera. Nella logica amico/nemico di ogni nazionalismo, gli altri nazionalismi vengono percepiti come avversari: non esiste, per dirla in breve, un’“internazionale nazionalista”.

Verso la Russia di Putin, d’altra parte, i paesi di Visegrad mostrano atteggiamenti diversificati

“Questo accade per motivi di carattere storico, innanzitutto. La Polonia con il suo passato fatto di scontri, di sconfitte e qualche vittoria con “l’Orso russo” è un Paese che si è affrettato negli anni passati a stabilire un’alleanza duratura con l’Occidente, si pensi all’entrata nella NATO e nella UE, in funzione essenzialmente antirussa. Altre realtà, per esempio la Slovacchia o l’Ungheria, basano la costruzione della loro autonomia, anche di tipo finanziario e commerciale, sui buoni rapporti con Mosca. Proprio sul terreno della politica internazionale, in particolare “sull’indice di gradimento” da parte di Putin in questo quella politica attuata dai potenziali partner politici, il gruppo di Visegrad pare essere maggiormente diviso”

In conclusione, è immaginabile che il blocco di Visegrad si spinga fino a minacciare l’uscita dall’Unione europea?

“E’ una soluzione impraticabile, del resto mai apertamente sostenuta da nessun leader delle nazioni del gruppo Visegrad. Il che dimostra quanto la parola “sovranismo” sia nient’altro che una scatola vuota, un termine privo di un reale riferimento empirico giacché tutti i Paesi di Visegrad hanno ben presente che il loro destino di possibile prosperità si basa innanzitutto sui generosi aiuti europei e sulla stabilità internazionale che solo una politica di alleanze, e quindi di parziale trasferimento di sovranità, può garantire. Orban e Kaczynski non hanno mai affermato di voler abbandonare l’Europa, hanno sostenuto al contrario di volerla trasformare dal di dentro e cambiarne i rapporti di forza. Non va dimenticato che il leader oggi è una delle figure di punta del PPE. Anche per questo le prossime elezioni europee saranno probabilmente le più importanti del 1979: poiché l’Europa, la sua fisionomia e il suo destino, sono al centro del dibattito nelle nazioni che la compongono”.

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