Scandalo Rai 2, la Procura di Catania apre un’inchiesta

Focus

Su Rai 2 il programma di Enrico Lucci ha ospitato un neomelodico che ha criticato Falcone e Borsellino. Borrometi: Questo non è servizio pubblico. La Procura di Catania apre un’inchiesta.

Se la sono cercata. Indegne, provocatorie, sfrontate. Le parole di Al Capone – così si fa chiamare il giovane cantante neomelodico Leonardo Zappalà – mentre su Rai 2 scorrono le immagini dei giudici Falcone e Borsellino, sono macigni: “Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro“.

E’ il 5 giugno e siamo negli studi della nuova trasmissione della seconda rete Rai, Realiti -Siamo tutti protagonisti, condotta dall’ex Iena Enrico Lucci.

E’ la prima puntata e sul maxischermo alle spalle degli ospiti e del presentatore scorrono le immagini dei due magistrati assassinati dalla mafia. Arriva l’applauso del pubblico, ma il cantante diciannovenne Zappalà commenta con quelle parole le immagini. Lucci lo redarguisce subito: “Studia la storia dei grandi siciliani che tra vent’anni sarai una persona migliore“.
Pochi minuti per scoprire un’Italia che non sta con lo Stato e per trasformare la Rai in un megafono di chi ritiene che dalla parte sbagliata ci siano i magistrati, e non i mafiosi.

La Rai apre un’istruttoria, la Procura di Catania un’inchiesta

L’azienda è intervenuta con una nota dove giudica “indegne” le parole su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ha annunciato di aver “avviato un’istruttoria per ricostruire tutti i passaggi della vicenda“.

Ma un’istruttoria interna forse non basterà. La Procura di Catania, infatti, ha aperto un’inchiesta, al momento senza indagati, sulla prima puntata della trasmissione. Titolare del fascicolo è il procuratore aggiunto Carmelo Petralia, che ha delegato le indagini alla Polizia Postale di Catania, che dovrà acquisire i video della trasmissione.

Usigrai: la Rai ha pagato l’albergo al neomelodico?

La Rai non può fare da vetrina a chi inneggia ai boss e dileggia chi ha dato la vita per lottare contro la mafia“, ha tuonato su Facebook Vittorio Di Trapani, segretario del sindacato dei giornalisti Rai Usigrai.

Di Trapani ha aggiunto anche un dettaglio: “Mi domando: ma davvero la Rai aveva pagato l’albergo a uno che scrive canzoni sullo zio ergastolano, boss al carcere duro per mafia?” ed ha allegato la foto del voucher dell’albergo.

La versione di Freccero: tutta colpa della diretta

Anche il direttore di Raidue, Carlo Freccero, si è scusato pubblicamente e in un’intervista pubblicata oggi dal Messaggero, afferma: “Io mi sono accorto della gravità subito non dopo cinque giorni. E ho immediatamente provveduto con veemenza a porre il problema. Durante la pubblicità ho fatto presente la questione”.
Freccero addossa tutta la colpa all’imponderabile che può accadere in diretta: “sono cose che accadono in diretta” e che “più di così non si poteva fare”.

Borrometi: Questo non è servizio pubblico

Ma è proprio vero? Era proprio impossibile prevedere ciò che sarebbe accaduto? Il punto di vista del giornalista minacciato dalla mafia Paolo Borrometi, presidente di Articolo 21, è molto diversa da quella di Freccero: “Vedere insultare in un programma Rai – scrive Borrometi – Falcone e Borsellino o sentire inneggiare ai clan che vorrebbero realizzare attentati mi lascia esterrefatto”.

Prosegue il giornalista: “Mi fa ribrezzo capire come si sia ridotta la nostra amata Italia, mi fa ribrezzo perché non penso che i giovani davanti alla tv abbiano avuto un esempio da ‘servizio pubblico’. Il problema è che ‘personaggetti’ del genere non meritano di andare in Rai. Ed è grave che vengano invitati. Così come l’altro suo ‘collega’, tale Niko Pandetta, che, sempre su Rai2, ci ha spiegato che lo zio ergastolano (boss al carcere duro per mafia), Turi Cappello, scriva le sue canzoni dal carcere. Proprio quel Cappello che ha dato il cognome al clan Cappello di Catania che, secondo i magistrati, doveva realizzare un attentato con un’autobomba nei miei confronti e nei confronti degli uomini della mia scorta.

“Ma è possibile tutto ciò? C’è chi è morto per la giustizia, c’è chi dovrebbe saltare in aria secondo i piani dei clan – prosegue Borrometi -. E la Rai cosa fa? Fa parlare chi inneggia ai boss? Spero in una presa di posizione durissima dei vertici Rai. Io pago con orgoglio il canone Rai, lo pago perché credo nel servizio pubblico. Ma questo non è servizio pubblico. Almeno abbiate la decenza di non farci vedere chi considera Falcone e Borsellino due che si sono meritati la morte, o altri che santificano i boss dei clan che vorrebbero ammazzare me ed i ragazzi della mia scorta”

 

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