No ai ricatti, sì al confronto

Focus

Senza convergenza collettiva sulle scelte e con il guardarsi in cagnesco non si arriverà mai a nulla di buono

Cari Democratici, cari Dirigenti e caro Segretario, tanti amici in questi giorni mi scrivono il loro disagio, le loro perplessità che abbracciano esattamente le mie. Ed allora vi scrivo. Perché questo è il tempo della chiarezza, più che delle lodi autoincensanti. Il mio impegno politico ormai ha raggiunto il tempo della maturità, gli anni di militanza attiva, con il sogno di una politica che possa davvero diventare riformista, social democratica, progressista e liberale superano di molto le dita delle due mani.

Assieme a tanti altri da almeno sette anni abbiamo sperato nel cambiamento, parlato di rottamazione, di ricostruzione, della meritocrazia. Non di convenienze. Da qualche anno c’è un Pd con un leader lanciato in avanti, moderno ed innovativo, Obamiano di stile, poco intento a preservare se stesso, e lo abbiamo ben visto, deciso a salvare e preservare il solo valore della democrazia. Quella bella, pulita, che guarda in faccia tutti, e senza ombre, senza “accordi”. Ma oggi c’è sconforto, a causa di alcuni accadimenti che fanno vacillare non tanto le nostre idee, quelle restano ben salde ed ancorate, ma la linea del Pd, il partito a cui ancora apparteniamo. Ma da
che parte andremo? Facciamo un brain-storming. Abbiamo appena superato un referendum che ha visto un Pd molto spaccato, diciamolo pure senza paura, la riforma costituzionale ha creato una scissione, di chi mai ha tentato davvero di trovar l’unione, ma solo di detronizzare il Segretario. E sui territori stessa identica musica. Abbiamo terminato da poco un Congresso che ha visto nuovamente al vertice Matteo Renzi come rappresentante di questo partito, con un 70% di consensi. Mi pare che sia ben chiara la scelta degli iscritti, e che non manchi la legittimazione della leadership, quindi parliamone. Chiedo se davvero necessario continuare ad essere sotto ricatto per l’appoggio di chi “finge” di stare al tuo fianco, salvo poi cambiare alla bisogna. Ciò che poi ne consegue è il solito giochino di sempre, mi spiace dirlo, lo abbiamo ben visto alle ultime Amministrative.

Abbiamo pagato caro questo “accomodarsi” per andare tutti d’accordo. Per cercare di limitare le guerre intestine che ormai hanno più spazio del contenuto politico. Ed abbiamo un centro-destra che rimonta, su temi che incideranno molto sulle scelte degli elettori, come l’immigrazione e l’occupazione e la sicurezza, approfittando di un Pd spaccato, frammentato, poco coeso e pronto a lanciare strali l’un con l’altro. Oggi ciò che serve è la coerenza, la serietà, non l’opportunità politica. Serve ascolto vero, non slogan. Serve respirare quei territori di cui tanto si parla, fare tavole rotonde costanti con persone che in quei territori ci vivono e militano da tempo. Le scelte sui candidati devono seguire un procedimento democratico diverso, non con  “indicazioni” dall’alto. Senza convergenza collettiva sulle scelte e con il guardarsi in cagnesco non si arriverà mai a nulla di buono.

I risultati sono fin troppo evidenti. Oggi in molti ci sentiamo feriti, delusi e amareggiati. Magari desiderosi persino di mollare, uscire anche dalla politica, perché stanchi e stremati di una guerra senza fine. Ci sono oggi città, consegnate su di un piatto d’argento alla parte opposta, a causa di miopia politica grave. E quindi, come ricostruire questa affezione persa, questo amore per la politica? Le ultime Amministrative ci dimostrano che c’è una debacle del Partito democratico, si può non dirlo, ma è sotto gli occhi di tutti. Ma il partito vincente ad oggi non è quello del centro destra, è quello dell’Astensione. Chi è mancato all’appello è proprio l’elettorato nostro. La gente non è più motivata ad andare ad esprimere il proprio consenso politico, non si fida più, questo “E”  grave, non altro. Chiediamoci dove abbiamo sbagliato. Perché al di là delle correntine interne, c’è un mondo di persone che sono sparite. Ed allora incontriamole, ascoltiamole, parliamo loro. Dobbiamo farlo, per forza. Ieri la Direzione a porta chiuse, perché talvolta, come in famiglia, serve anche dirsi chiaro e forte cosa si pensa senza dare in pasto ai leoni da tastiera notizie poco utili all’informazione pubblica.

Non è un ritorno ai caminetti segreti, anche se in prima battuta così è parso. Una buona idea. Bella anche l’idea del treno, immagine del viaggio, della scoperta e dell’incontro. Girare l’Italia in lungo ed in largo è sicuramente una buona strategia, deve servire però a ricreare un legame forte con la società, con il popolo amareggiato, altrimenti sarà vana. Idee, proposte, inclusione, ascolto, e poi azione. Ed anche le critiche servono. Chi critica, chi si oppone a certe logiche perché non gli appartengono, però non è un nemico. Non lo fa per atteggiamenti emotivi su questa o l’altra persona. Chi fa critica politica, analizza lucidamente strategie ed i migliori percorsi per il bene di tutti, della comunità. Non è complottismo, non è remar contro, non è negazionismo assoluto, ma è base fondamentale per continuare ad ottimizzare metodi e risorse utili. Ci chiamiamo Democratici perché siamo contro il pensiero unico, o no? Che diamine. Facciamolo!

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