La tragedia di Noa scuote le coscienze (e la politica?)

Focus

La vicenda della 17enne, pubblicamente suicida per scelta, interroga cittadini e società. In Italia tutto fermo, ma il tema è destinato a tornare

La storia di Noa, la diciassettenne olandese che ha chiesto il suicidio assistito, è di quelle che lacerano e che solo i più cinici potrebbero pensare di leggere attraverso la lente delle opposte tifoserie, che pure quando si tratta di temi etici inevitabilmente escono allo scoperto. Quella di Noa è e resta soprattutto una storia di sofferenza – quella psichica della giovane, quella della sua famiglia, immaginiamo straziante anche nella liberale Olanda, quella dei suoi amici e di chi l’ha amata – talmente forte che il suo solo racconto basta a scuotere pensieri e coscienze.

Il teatro su cui si è svolta la vicenda non è indifferente. Si tratta di quella Olanda delle libertà che per prima in Europa, nel 2002, ha introdotto una legge sull’eutanasia diretta e sul suicidio assistito. Legge che nel 2012, con il cosiddetto ‘protocollo di Groningen’, è stata estesa anche ai minorenni, a partire dai 12 anni di età e col consenso dei genitori fino ai 16.

Va detto che nel caso di Noa, irrimediabilmente depressa e preda dell’anoressia a causa di tre diverse violenze subite fin dall’infanzia, quelle legge non è stata applicata, perché i medici incaricati di valutare il caso hanno negato l’autorizzazione, indirizzando la ragazzina verso la psicoterapia e rimandando la sua richiesta di porre fine all’esistenza al compimento dei 21 anni.

Ma Noa, cittadina di un Paese in cui il suicidio è diventato un fatto pubblico (sono 6.585 le persone che hanno chiesto e ottenuto l’eutanasia in Olanda nel 2017, il 4,4% dei decessi totali del Paese), non ha scelto di lanciarsi da un balcone o di riempirsi di pillole, come fanno purtroppo tanti giovanissimi affetti dal mal di vivere. No, lei ha ostinatamente voluto che la sua decisione restasse pubblica e condivisa con la famiglia, scegliendo di morire lentamente interrompendo di bere e di alimentarsi, e scrivendo della sua odissea sugli immancabili social network.

Dopo dieci giorni di agonia non dolorosa, come lei stessa ha scritto su Instagram, Noa se n’è andata domenica scorsa. E resta il dubbio se, forse, non sia stato proprio il crescere in un Paese in cui la dolce morte è parte della vita a condizionare, alla fine, una scelta estrema e che per molti resta incomprensibile.

Un paradosso su cui aveva indagato Ian McEwan in un breve e terribile romanzo del 1998, intitolato appunto Amsterdam, in cui due amici, arrivati a odiarsi, finiscono con lo spingersi a vicenda verso il suicidio assistito, senza che in realtà nessuno dei due abbia davvero l’intenzione di morire.

Un dubbio legittimo, dal momento che anche lo stesso ministero della Salute olandese – secondo quanto riporta l’Ansa – ha avviato “un’ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un’indagine”. Un’ispezione, ha precisato all’agenzia il portavoce del ministero, che non riguarda l’eutanasia, ma intende accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Inevitabilmente la vicenda di Noa ha riaperto anche in Italia il dibattito sull’eutanasia. Nel nostro Paese una legge non esiste, ma la discussione, che finora ha portato ad un nulla di fatto, è più viva che mai. Nel 2017 è stata approvata la legge sul testamento biologico, che consente le “disposizioni di trattamento” nel caso di una eventuale futura incapacità all’autodeterminazione. Ma sono molte le proposte di legge sull’eutanasia vera e propria depositate in Parlamento, per la precisione quattro in questa legislatura e addirittura sette nella precedente, queste ultime tutte rimaste su carta. La ministra Giulia Grillo ha definito “prioritaria” una legge in tal senso, e le commissioni Giustizia e Affari sociali hanno iniziato un Comitato ristretto incaricato di redigere un unico testo dalle quattro proposte, che vedremo quali risultati porterà.

Sulla vicenda, intanto è intervenuto anche Papa Francesco, che su twitter ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza”. Il dibattito è destinato a tornare d’attualità.

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