Noi per Genova

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Su queste emergenze sarebbe il caso di creare un clima unitario e non distruttivo. E chi parlava di “favoletta dell’imminente crollo del ponte” dovrebbe avere la decenza di tacere

Chi conosce bene Genova e la Liguria sa cosa significhi, in termini umani e infrastrutturali, la tragedia di ieri. Tutti i genovesi che si muovano da Ponente a Levante (o viceversa) o che vadano all’aeroporto, tutti i turisti che si muovano lungo la A10, l’autostrada che da costeggia tutta la Regione, devono passare su quel maledetto ponte Morandi, che da quelle parti chiamano “ponte di Brooklyn” per la somiglianza con il più famoso, lontano, parente newyorchese.

Da ieri quel ponte non esiste più, si è sbriciolato sopra il torrente Polcevera, sopra i binari della ferrovia, sopra alcuni capannoni industriali dell’Ansaldo, per fortuna “chiusi” per ferie. Da ieri la Liguria è spaccata a metà.

Questo è il momento del silenzio. Il numero dei morti non è ancora definitivo, sono decine. Come decine sono i feriti. Centinaia di uomini sono al lavoro, alla ricerca dei dispersi, sperando di tirare fuori dalla macerie ancora gente che respira. Oltre cinquanta gli sfollati. Per la politica è il momento della responsabilità istituzionale, della collaborazione. Certo, verrà molto presto il momento dell’analisi, dell’accertamento delle responsabilità. Ma non oggi.

O almeno dovrebbe essere così. Su queste eterne emergenze sarebbe il caso di creare un clima unitario e non distruttivo. E invece, purtroppo, viviamo in un momento in cui le regole del buon senso, in politica, sono qualcosa di anacronistico. E allora ecco Salvini che cerca colpevoli in Europa. Ecco il confuso ministro Toninelli che, con i soccorsi ancora in atto, parla già di “mancata manutenzione”, senza aspettare gli accertamenti necessari, puntando il dito contro i governi precedenti. Ecco Di Maio che individua il nemico e risolve il caso: via la concessione ad Autostrade, se ne occuperà lo Stato.

Ed ecco qualche fenomeno dei Cinque Stelle pronto a ricominciare la battaglia ideologica contro le grandi opere, colpevoli di distogliere l’attenzione dello Stato dalle vere priorità. Un po’ come quando, nel 2013, qualche altro fenomeno pentastellato parlava della “favoletta del ponte che può crollare” e che invece sarebbe potuto durare “tranquillamente altri cent’anni”. Idee malate, grazie alla quale si è nutrita per anni la campagna di opposizione (cavalcata dai grillini) alla Gronda di Genova, quel progetto di variante autostradale nato per alleggerire il traffico sulla A10 e proprio sul ponte venuto giù oggi. Un progetto che, solo pochi giorni fa, lo stesso Toninelli metteva ancora in discussione.

Come la Tav e la Terzo Valico. Come la Tap e la Pedemontana. Come tutto ciò che possa portare ad una modernizzazione del Paese. Molto meglio continuare con la propaganda sui vitalizi. Anche nel momento in cui ci sarebbe bisogno solo di un po’ di rispetto e di un po’ di silenzio. Non per noi, per Genova.

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