Nomine europee: l’Italia gialloverde non conta nulla

Focus

Chi ha vinto le elezioni nell’UE sono gli europeisti, e per l’Italia sovranista di Salvini e Di Maio questo è un problema.

La maggioranza leghista e grillina ha un nuovo problema, e non da poco: chi manderà in Europa a rappresentare il nostro Paese nelle istituzioni dell’Unione Europea?
Il menù delle nomine è più che sostanzioso: sono da rinnovare la presidenza del Parlamento Europeo, la presidenza della Commissione Ue e quella del Consiglio Europeo, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, il governatore della Banca Centrale Europea.

I leader gialloverdi isolati in Europa

Il dibattito si è aperto, ma è ancora carsico: emerge e scompare, riaffiora e si nasconde, ma è già nell’agenda dei signori che occupano Palazzo Chigi. Dopo le elezioni europee del 26 maggio, quelle in cui l’onda sovranista avrebbe dovuto spazzare via tutto e tutti, la posizione italiana è di totale isolamento. I sovranisti non hanno vinto, anzi; un leader del sovranismo europeo come Orban, se ne è restato all’interno del Partito Popolare e ha chiuso la porta in faccia a Salvini; Nigel Farage del Brexit Party è “rimasto impressionato da Salvini” ma al momento di concludere gli ha detto “no, grazie, siamo più centristi della Lega e abbiamo bisogno di una coalizione”.

Insomma, mentre in Italia si consumano liti e si ricostruiscono patti, in un teatrino politico che, ben lontano da qualsiasi rinnovamento, resta spesso incomprensibile agli osservatori stranieri,  in Europa l’Italia è isolata e conta più o meno niente.

L’immagine dell’isolamento italiano ce l’ha fornita ieri la cena fra leader europei al Palais d’Egmont a Bruxelles. Ce la racconta oggi Il Messaggero:

Eccoli i magnifici sei che aprono i giochi: il premier belga Charles Michel e il collega olandese Mark Rutte (per i Liberali), Pedro Sanchez e Antonio Costa (capi dei governi socialisti di Spagna e Portogallo) più, per i Popolari, il croato Andrej Plenkovic e il lettone Krisjanis Karins. Niente Italia, perché le famiglie politiche governeranno l’Europa sono popolari, socialisti e liberali, e già questo è un problemaccio per la causa dell’Italia, dove comandano la Lega e M5S ma nel Parlamento europeo i nostri due partiti di maggioranza andranno in gruppi di minoranza. E anche piuttosto malmessi o tutti ancora da definire

L’Italia nell’Ue: dai tre ruoli fondamentali di oggi, all’incertezza di domani

Questa è la cornice. Torniamo alle ore nomine nelle principali istituzioni dell’Unione Europea: Parlamento Europeo, Commissione Europea, Consiglio europeo, Banca centrale europea. Finora l’Italia, quale paese fondatore dell’Ue, si è sempre portata a casa risultati più che discreti. Pensiamo alla situazione attuale, quella in scadenza: un italiano, Mario Draghi, alla presidenza della Banca Centrale Europea; un italiano, Antonio Tajani, alla presidenza del Parlamento Europeo; una italiana, Federica Mogherini, in Commissione come Alto Rappresentante dell’UE, in pratica il ministro degli Esteri dell’Unione. Tre ruoli importanti, sia per rappresentanza sia per potere effettivo.

Adesso chiediamoci quale potrebbe essere lo scenario prossimo. La maggioranza leghista-grillina è perfino divisa al proprio interno, non c’è nel Parlamento Europeo una unica e forte coalizione dove i due partiti di governo possano avere una qualche influenza, c’è stata una vittoria delle forze europeiste che di fatto relegano Salvini e Di Maio a comparse, o poco più.

Asse Francia e Germania, l’Italia gialloverde resta a guardare

In passato, l’Italia faceva parte a pieno titolo del triangolo forte dell’Unione: Parigi, Roma, Berlino. Oggi quel triangolo non c’è più, c’è, invece, un rapporto diretto franco-tedesco che esclude il nostro Paese. Inaffidabile e litigioso politicamente,  in stallo economicamente e socialmente. Tanto che, a proposito di prossime scadenze, la presidenza della Commissione Europea e quella della Bce è probabile che saranno in mani francesi e tedesche.

Previsione sulle nomine europee

Cosa resta all’Italia? Osserva, su Repubblica, Claudio Tito in un acuto e completo articolo sulla situazione europea:

Non potendo reclamare le tre posizioni occupate fino ad ora, la Germania e la 
Francia hanno sottoposto ufficiosamente alla nostra diplomazia l’idea di riservarci la presidenza del Consiglio europeo. Una buona soluzione, solo in teoria. Perché quel presidente, eletto a maggioranza qualificata e non all’unanimità dallo stesso Consiglio europeo, è normalmente un ex capo di governo. Quindi andando a ritroso per l’Italia e limitando l’elenco agli ultimi quattro premier, la scelta dovrebbe ricadere su: Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Enrico Letta o Mario Monti.

In un ragionamento responsabile, che metta il sistema Paese sopra tutto, al di là delle beghe interne, non sarebbe un grosso problema indicare uno degli ex presidenti del Consiglio, al di là di quale maggioranza abbia fatto parte. Ma per il governo Leghista- M5S il problema c’è, ed è enorme: escluso Monti, che nell’infernale tritacarne mediatico leghista-grillino è assurto a ruolo di Nemico numero uno, escluso  per gli stessi motivi Renzi, rimarrebbero Letta e il presidente del Pd Gentiloni.
Impensabile, per chi ha fatto della cultura del nemico il proprio modus operandi quotidiano, farsi rappresentare da un Pd o da un ex Pd.

E allora? Il governo gialloverde ha avuto la faccia tosta di rilanciare con un’altra proposta: dateci il commissario agli Affari Economici (oggi è il francese Pierre Moscovici). Ecco, ci pensate? Un paese sovranista, con una procedura d’infrazione che si sta aprendo per la crescita del debito, che chiede il ruolo di commissario agli Affari Economici: la solita barzelletta all’italiana…

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