Non abbandoniamo la Libia al proprio destino

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La linea dell’attuale esecutivo è quella del disimpegno in campo internazionale

Adesione all’alleanza atlantica, promozione dell’integrazione europea e politica di buon vicinato nel Mediterraneo sono sempre stati, con sensibilità diverse al succedersi dei governi, i punti cardinali della politica estera dell’Italia repubblicana.

Fino ad oggi almeno, poiché l’attuale governo giallo verde ha dimostrato in più occasioni di voler mettere in discussione questa impostazione. Lo ha fatto su diversi dossier, tra cui spicca quello libico. Dove il nostro Paese ha perso autorevolezza nella comunità internazionale e ha accentuato il proprio isolamento a livello europeo. Rispetto al passato il governo Conte è spettatore del conflitto tra le truppe del generale Haftar e le milizie che controllano Tripoli e Misurata.

E’ siderale la distanza tra il protagonismo del governo a guida PD con il costante lavoro di dialogo e di cucitura tra i numerosi attori libici e la totale assenza del governo lega 5 stelle. In un anno si ricordano solo la visita lampo di Salvini a Tripoli nell’estate scorsa e la fallimentare conferenza di Palermo a novembre. La linea dell’attuale esecutivo è quella del disimpegno. A partire dalle due operazioni chiave per contrastare il traffico di esseri umani e salvare vite.

Da una parte, Salvini ha boicottato Eunavformed Sophia che aveva il compito di sorvegliare il mediterraneo centrale a valere su risorse europee. Una missione che ha salvato la vita a 45.000 persone, fermato 151 sospetti scafisti e neutralizzato 551 imbarcazioni. Ora l’operazione Sophia di fatto non esiste più. I paesi dell’Unione europea si limitano al pattugliamento aereo e l’Italia ha dovuto stanziare 25 milioni di euro in più rispetto all’anno scorso per compensare con assetti italiani quello che Eunavformed faceva con assetti europei.

Dall’altra, l’attuale governo ha di fatto arretrato il raggio d’azione del dispositivo militare previsto da “Mare sicuro”, affidando parti qualificanti dell’operazione alle autorità libiche. Significa cessione di mezzi e strumentazione, ma anche di funzioni di controllo, monitoraggio e coordinamento. Funzioni che guardia costiera e forze di sicurezza libiche non possono garantire secondo gli standard del dispositivo italiano sia in termini di capacità operative sia di tutela dei diritti umani. Soprattutto in una fase di crescente conflittualità in Libia.

La stabilità e la sicurezza del nostro Paese, così come la tutela dei diritti umani, non si persegue con una delega al buio ai libici, bensì attraverso un maggiore protagonismo del nostro dispositivo nel mediterraneo centrale accompagnata da un rafforzamento delle attività di capacity e insititution building a guida italiana. La deresponsabilizzazione da parte dell’attuale governo rischia di abbandonare la Libia ad un destino di perdurante instabilità: teatro di scontro fra potenze regionali e luogo in cui esplodono le tensioni fra le diverse fazioni in campo.

Battiamoci perché Sophia torni ad essere una missione navale e Mare sicuro possa esercitare le precedenti funzioni di coordinamento e controllo nel mediterraneo centrale, piuttosto che chiedere di stracciare l’accordo Gentiloni-Serraj.

Rischieremmo di sbagliare bersaglio. Grazie a quell’intesa, in particolare, UNHCR e OIM hanno avuto maggiore copertura politica e ampliato la loro capacità di intervento in Libia, a partire dal lavoro nei centri di permanenza e dall’aumento dei rimpatri volontari assistiti. Quell’accordo, tra i vari punti, prevede una programmazione regolare dei corridoi umanitari tra Libia e Italia, l’adeguamento dei centri di accoglienza e la formazione del personale libico che ci lavora, la fornitura di medicinali e l’assistenza sanitaria ai migranti illegali. Inoltre, accanto a questi interventi è prevista la parte di cooperazione allo sviluppo in campo sanitario, educativo e delle energie rinnovabili, con progetti a valere su fondi europei presentati dalle municipalità libiche nelle regioni più colpite dai processi migratori.

Piuttosto che esibizioni muscolari sulla pelle di persone indifese e slogan sulla chiusura dei porti come sta succedendo ancora con la Seawatch, il governo dovrebbe chiedere ai libici di rispettare ed attuare la parte degli accordi che ho sopra descritto.

Il nostro governo, in sintesi, non si è limitato al tema della sicurezza delle nostre coste e al contrasto della tratta di esseri umani, ma ha costruito una cornice di riferimento per affrontare le enormi criticità presenti in Libia: dal promuovere il dialogo politico fra i diversi attori politici a dare copertura politica alle organizzazioni internazionali più impegnate sul fronte della tutela dei diritti umani, fino al coinvolgimento dei Sindaci libici per dare una prospettiva di futuro alle loro comunità con progetti di cooperazione allo sviluppo.  

Il Governo Lega 5 stelle, invece, ha archiviato questo approccio e ha limitato il proprio intervento alla consegna delle motovedette e alla formazione della Guardia costiera libica. Una scelta miope, aggravata da una situazione di conflittualità aperta in Libia. Il mutato quadro politico-militare influenza le azioni delle autorità libiche ed espone l’Italia a nuovi rischi. In questo senso, riguardo la missione di sostegno alla guardia costiera libica serve maggiore chiarezza sull’utilizzo corretto delle motovedette in un contesto di guerra civile. E’ nostro dovere incalzare il governo su questo punto ed essere coerenti in caso di mancata risposta. Cosi come è nostro dovere riprendere la filosofia di fondo dei governi a guida PD: ci si confronta con le sfide, anche con quelle più difficili.

L’idea di stracciare l’accordo quadro, anche se in nome di nobili principi, potrebbe portare ad un risultato simile al disimpegno promosso da questo governo: l’abbandono della Libia al proprio destino, il rischio concreto di una nuova Somalia a poca distanza dalle nostre coste. Riflettiamoci bene!

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