Non dimentichiamo mai la storia dell’antifascista “Lallo”, in questo tempo di caos

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Coloro che si richiamano ai valori del pensiero democratico si ricordino di Lallo e dei suoi mille fratelli

Si chiamava Orlando Orlandi Posti. Aveva diciassette anni, il 3 Febbraio 1944. Quella mattina, saputo che i nazisti avevano programmato una retata degli antifascisti del suo quartiere corse ad avvertirli, uno ad uno, di fuggire. Lo arrestarono un agente tedesco e una spia italiana in Corso Sempione, nel quartiere di Montesacro a Roma. Lo misero in una macchina, forse aspettando che arrivasse qualcuno dei suoi compagni. Invece giunse correndo la madre, che lui vide scoppiare in un pianto a dirotto, dal finestrino. Passò di lì la ragazza che amava, Marcella. Che dopo un attimo di smarrimento ebbe, racconta Orlando un mese dopo, la «forza di farmi un gesto di incoraggiamento, un gesto che mi ha aiutato, che mi ha sostenuto, che sembra voglia alleviare le sofferenze che patisco in questa tomba».

Orlando, “Lallo”, è un ragazzo. Diventerà grande in una cella di Via Tasso: «L’alba del mio diciottesimo anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame». Scrive alla sua «mammina», vedova, che aveva solo lui come figlio. Scrive a Marcella, cinque giorni dopo l’arresto, «Lella fa che il tuo pensiero venga a me e mi sorregga nei momenti più tristi che posso incontrare in questa tomba di vivi». Lui è un ragazzo dell’antifascismo romano, del Partito d’Azione, ha costituito con altri giovani un’associazione studentesca democratica. Quel carcere vicino a San Giovanni è lo stesso in cui mesi prima era stato torturato mio nonno Ciro. Lì, nella cella numero cinque, Lallo è nelle mani dei nazisti che lo maltrattano, lo picchiano, lo sottopongono a sevizie, lo fanno dormire per terra.

Eppure, anche nei momenti più terribili, Lallo non smette di sognare la pace, la libertà, la normalità: «Lellina, ho deciso fermamente, voglio studiare, voglio se le condizioni sociali e materiali me lo permetteranno prendere la licenza liceale così tornerei giusto con gli anni che ho perduto e poi sempre se la buona stella mi assistesse vorrei frequentare l’università ed ho scelto la facoltà di medicina». E aggiunge: «Esponendo questo ragionamento ad un mio compagno di cella, il Dottor Gelsomini, uomo molto intelligente, molto bravo nella sua professione e gran compagno, mi ha promesso che quando Roma si rimette a posto e che se io avrò finito gli studi liceali e che se prenderò la facoltà di medicina egli mi prenderà nel suo Ambulatorio come suo aiuto così potrò imparare perché egli sarebbe una buonissima guida e poi potrei racimolare qualche sommetta in modo da alleviare le spese a mamma».

Così immaginava, sognava il suo futuro, quel ragazzo di Montesacro. A diciotto anni e dieci giorni, un mese e mezzo dopo l’arresto, verrà ucciso, con gli altri, alle Fosse Ardeatine. Gli fecero scrivere un’ultima lettera, che lui rivolse a Lellina. Quella missiva inizia con «quando leggerai questa che sarà l’ultimo mio contatto con te, io sarà nel mondo dove almeno troverò un po’ di pace se il buon Dio che tutto può lo permette». Ma la lettera finisce con una frase interrotta. Immagino che i nazisti lo abbiano portato via a quel punto strappandolo dai fogli che stava dedicando al suo amore. Le parole di quel semplice ragazzo, ritrovate in un libro della Donzelli del 2004 curato da Alessandro Portelli, mi risuonano nella memoria in questi giorni.

Le ho riportate all’attenzione per ricordare a tutti noi due cose: la prima è che ci sono dei momenti della storia in cui l’odio acceca le persone e le spinge nell’abisso del male. In cui dittatura e guerra smettono di essere parole proibite. In quegli anni bastardi c’erano gli aguzzini e c’era chi li tollerava, chi faceva finta di non vedere e di non sapere, chi aveva paura, chi condivideva, chi applaudiva, chi incitava. Quanti professori si rifiutarono di espellere dalle loro classi gli alunni ebrei? Quanti presidi si ribellarono? Quante famiglie dei loro compagni di classe protestarono? Dominava la paura, si dice. Ma persino la paura fu il prodotto del consenso al regime, degli applausi a Piazza Venezia, del conformismo pigro. L’indifferenza genera la mostruosità della storia.

La libertà, per carità ricordiamolo, non è manna dal cielo, non è un regalo di Natale. La si invera con la coscienza, la parola, le idee ogni giorno. I dittatori si insediano in nome di un popolo che ha rinunciato al dubbio, al senso critico, che si fa pecora per il lupo. La libertà si comincia a perdere se non si reagisce alle discriminazioni, alle campagne di odio, alla violenza delle parole. A quelle parole che ieri erano indicibili e oggi sembrano normali.

La seconda ragione: vorrei che tutti coloro che, a vario titolo e con varie ispirazioni, si richiamano ai valori del pensiero democratico e progressista si ricordassero sempre di Lallo e dei suoi mille fratelli. Siamo i figli di questa terribile e magnifica storia. Siamo gli eredi di quel sogno. Dobbiamo ricordarlo ogni giorno, sentircene i prosecutori. Per quella storia noi siamo quel che siamo. Ricordiamolo sempre, in questo tempo di caos.

In conclusione vorrei rivolgermi a voi, a tutti voi, che ora avete, ciascuno per la sua parte, le responsabilità fondamentali dello schieramento democratico e progressista, in questo momento della storia italiana. Non separatevi, non cancellate o annullate l’identità di voi stessi, non disperdete mai quel sogno magnifico di libertà e giustizia sociale.

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