Non è un Paese per biciclette, ogni 35 ore una vittima

Focus

Insufficienza delle piste dedicate e ciclisti costretti ai rischi delle strade normali: l’Italia solo al 17° posto nella classifica europea che misura l’habitat per le due ruote

Non è un Paese per ciclisti. E se a ricordarcelo adesso c’è la tragica scomparsa di un campione dello sport, in realtà, a ribadirlo anno dopo anno ci sono i numeri, statistiche che fanno riflettere ed insieme allontanano la tentazione delle facili battute. Ed allora basta con la storiella, per dirne una, dell’Olanda dove sono tutti ciclisti perché per trovare una collina serve un professore di geografia, la verità è che non sono certo i mille saliscendi ad impedire all’Italia di divenire la terra della due ruote bensì una duplice evidenza: la scarsità di piste ciclabili e la poca sicurezza dei ciclisti, dove, naturalmente, i due elementi sono strettamente interconnessi.

Quantità e qualità

tabella km ciclabiliPartiamo dalla definizione che di pista ciclabile dà il Codice della strada (articolo 3, punto 39): «Parte longitudinale della strada, opportunamente delimitata, riservata alla circolazione dei velocipedi». Ebbene, per ragionare di piste ciclabili occorre prendere in considerazione due elementi, la qualità e la quantità.

Per il primo non servono indagini particolari per fare alcune considerazioni, persino ovvie per chi vive in una grande città. Le ciclovie, infatti, mostrano non di rado un preoccupante degrado dovuto alla scarsa o approssimativa manutenzione.

Ma un altro fattore critico è spesso la progettazione, con i tratti pedalabili che nelle metropoli si alternano troppo spesso a pericolosi incroci con le strade normali. Il tutto finisce sovente per demotivare coloro che, per studio o per lavoro, l’ipotesi di spostarsi in bici l’avevano presa inizialmente in considerazione.

Per quanto attiene la quantità, ovvero l’estensione della rete ciclabile, la situazione è estremamente variegata, anche perché, in questo caso, l’altimetria dei territori riveste il suo peso. Non a caso molti dei luoghi dove le piste si sviluppano maggiormente sono nella Pianura Padana. Resta il fatto che nel paragone con le altre nazioni europee emerge un’indubbia arretratezza del nostro Paese, ben distante per estensione della rete rispetto a nazioni altrettanto grandi come Germania e Gran Bretagna, ed altrettanto distanziato se il parametro considerato è quello, in percentuale, dei chilometri totali di piste ciclabili rispetto alla lunghezza complessiva delle rete stradale (a guidare sono Germania e Olanda con il 6%).

Posizione di retroguardia

E così l’Ecf (acronimo che indica l’European Cyclists Federation) nel suo rapporto “Barometer ”, con cui classifica i 28 paesi dell’Unione Europea in base ai loro livelli di accoglienza e sicurezza per i ciclisti urbani, colloca l’Italia in un poco esalante 17° posto. In testa Danimarca, Olanda e Svezia, ovvero le nazioni dove si pedala di più e si verificano meno incidenti; Cipro, Malta e Croazia hanno invece livelli di ciclabilità prossimi allo zero.

Ed ancora, se è vero che il nostro Paese ha aumentato di poco la sua quota nazionale di spostamenti in bici, dal 5 al 6%, in relazione alla media degli altri Paesi europei ha fatto meno progressi, perdendo così due posizioni rispetto al rilevamento precedente nel quale occupava il 15°posto. Ma in un quadro dove non mancano tinte fosche, sono presenti anche elementi di tonalità diverse.

Ad esempio, nel periodo tra il 2008 e il 2015, ferma restando la continua espansione nelle aree urbane delle zone a traffico limitato (ZTL) e di quelle pedonali, cresciute rispettivamente del 5,1% e del 27,7%, sono proprio le piste ciclabile ad aver fatto registrare il maggior incremento con un +47,7%. Ed ancora, l’estensione complessiva delle ciclovie presenti nei capoluoghi italiani è passata dai 2.823,8 km del 2008 ai 4.169,9 km del 2015.

In particolare, il comune più dinamico in quest’ambito è stato quello di Fermo (passato da 0,1 a 7 km, +6900%), davanti a Cagliari (da 2 a 40 km +1900%) e Avellino (da 0,3 a 3 km, +900%). Invece, nella top ten dei capoluoghi quello che risulta possedere più strade riservate ai ciclisti nel 2015 era Milano, con 200 chilometri di estensione della rete (decimo posto per incremento).

Cifre drammatiche

L’insufficienza delle piste aumenta ovviamente l’incidenza dei ciclisti che “sconfinano” sulle strade normali, non di rado con tragiche conseguenze. Sono infatti più di mille i ciclisti morti sulle strade negli ultimi quattro anni (dati Istat-Aci 2012/2015), una media superiore ai 250 decessi ogni 12 mesi, uno ogni 35 ore. Un bilancio che purtroppo diventa anche superiore se si analizzano i dati a partire dal 2001: si passa dai 366 morti del 2001 ai 251 del 2015 (ultimi dati ufficiali a disposizione) per un totale di 4.534 morti. Senza contare le migliaia di feriti che si registrano ogni anno per incidenti stradale con biciclette coinvolte.

Numeri ben visibili anche alle istituzioni, con il governo che sta cercando di porre un freno a questo stillicidio di vittime con la presentazione di un provvedimento ad hoc. «Non solo abbiamo approvato la legge sull’omicidio stradale – ha dichiarato ieri ha detto il ministro dello Sport, Luca Lotti -, ma abbiamo anche presentato un provvedimento pochi giorni fa con il vice ministro Nencini che abbiamo denominato “salvaciclisti”. Non bisogna mai abbassare la guardia sulla sicurezza sulla strada».


 

 

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