“Non fate troppi pettegolezzi”, da Majakovskij a Pavese

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Come i pettegolezzi possono essere temuti. Anche Pavese fece l’identica richiesta molto anni dopo

La mattina del 14 aprile 1930 il grande poeta russo Vladimir Majakovskij, prima di spararsi un colpo al cuore, scrisse un biglietto con queste parole: “Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi”.  Tanti anni dopo l’identica richiesta fu espressa da Cesare Pavese che prima di impugnare la pistola con cui si tolse la vita lasciò scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

La stessa parola, la medesima richiesta: niente pettegolezzi. Come se, allo stesso modo del protagonista del Processo di Kafka, la vergogna potesse sopravvivere al poeta russo così come al romanziere italiano. Sembra difficile pensare che Pavese non conoscesse il biglietto di Majakovskij, la coincidenza sarebbe davvero impressionante. Ma non è questo che importa.

Il duplice aneddoto – più noto per Pavese che non per Majakovskij – ha al centro, come detto, il terrore del pettegolezzo. Del ricamo fantasioso e spesso privo di verità che è odioso in quanto ammantato da “finta verità”. Un’abitudine spregevole spesso affibbiata alla stampa: come nel caso, davvero pazzesco, della presidente del Senato Casellati, la quale oggi ha fatto addirittura un pettegolezzo sopra un presunto pettegolezzo.

Ma la richiesta di Majakovskij cadde nel vuoto: i pettegolezzi, nel suo caso, si colorirono di giallo (come del resto anche nel caso di Pavese, o se vogliamo, di Luigi Tenco) al punto da arrivare a ipotizzare un “suicidio di Stato”. Oppure accreditando la maldicenza – siamo nell’Urss staliniana – di una sessualità sfrenata che avrebbe comportato una sifilide simbolo di ogni male. Ma insomma perché si uccise, quel grande poeta, è interrogativo tuttora irrisolto, e d’altronde irrisolvibile.

Il libro del 2015 della grande slavista Serena Vitale Il defunto odiava i pettegolezzi – frase del poeta – cerca di ricostruire i fatti di una tragedia che si consuma in tre giorni, fra il 12 e il 14 aprile del 1930, tentando appunto di liberare la sua figura dalle chiacchiere che si fecero sul suo gesto.

La ricostruzione di Serena Vitale è meticolosa come un libro giallo. Quella mattina del 14 aprile 1930, alle 9,30 Majakovskij va a prendere in taxi Veronika Polonskaja, detta Nora,  la giovanissima attrice (22 anni) del Teatro d’Arte di Mosca conosciuta l’anno prima. La famosa Lili Brik, la donna che il poeta ama follemente (“Lili, amami” sono le ultime parole del biglietto) è a Londra con il marito Osip.

Vladimir e Nora arrivano nella kommunalka che il poeta divide con quattro famiglie. Si chiudono nella stanza di lui.  Ordinano del vino. Litigano. Gridano. Quindi uno sparo. Lei esce urlando aiuto. Poi dirà che era già fuori, sul pianerottolo. Arriva subito la polizia in massa.

“Giaceva su un fianco, la testa verso la parete, tetro, il lenzuolo fino al mento, la bocca semiaperta, come uno che dorme… Aveva l’espressione con cui si comincia a vivere, non si finisce”, scriverà Boris Pasternak, accorso subito sul posto, anche se lui e Vladimir non avevano gran simpatia l’uno per l’altro.

Perché dunque quel gesto estremo?  Forse per riacquistare con l’estrema teatralità del gesto una ribalta ed una popolarità che negli ultimi tempi aveva visto diminuire? O addirittura non è vero che si sparò ma venne piuttosto ucciso dalla GPU, la terribile polizia di Stalin, per il fatto che il poeta, gran cantore della rivoluzione e di Lenin “che di Marx è fratello minore”  via via si fosse ripiegato su se stesso e – grave colpa! – sulla meditazione della condizione umana, proprio come un perfetto intellettuale borghese? Nell’Unione Sovietica degli anni ’30 non c’era spazio per l’individualismo. Per l’ “io”. Nemmeno per quello di Majakovskij.

D’altra parte era un uomo dalla vita sentimentale turbolenta, aggrovigliata; un poeta oggetto di invidie, gelosie e rancori, un entusiasta cantore del socialismo sempre più negli ultimi tempi emarginato dalla nomenklatura che gli preferisce i leccapiedi del capo supremo. Majakovskij si avvede della piega che ha assunto il suo Paese alla mercé di un dittatore e soprattutto del conformismo della cultura. Forse mescola il fallimento storico a quello suo personale.

Insomma, uno sparo e via. La fine gli era nota. Lui sapeva perché. E gli altri, per piacere, non facessero pettegolezzi. Così morì un poeta.

 

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