Meno parlamentari, attenti alla demagogia

Focus

Si dà in pasto ai cittadini un risultato demagogico, oppure si contribuisce a rendere migliori, più efficaci e più efficienti le istituzioni del Paese?

Il nostro Paese rischia di essere alla guida di un cammino dalla Democrazia alla Demagogia.

Nei giorni scorsi il Senato italiano ha votato un progetto di legge costituzionale con oggetto la riduzione del numero dei parlamentari. Sono certo che in queste settimane i colleghi senatori preparandosi per quel voto saranno tornati nelle loro letture a quei brani di Platone, del «Politico» e delle «Leggi», che trattano della demagogia e di come la democrazia rischia facilmente di decadere in demagogia.

Platone descrive bene quello che sta accadendo in Italia, e non da oggi ma almeno dall’inizio degli anni ’90, a mio parere, come conseguenza culturale degli anni ’80. Chi si è di volta in volta susseguito sulla cresta dell’onda dell’opinione pubblica si è assunto un pezzo di responsabilità rispetto a contribuire o meno a questo decadimento.

E sicuramente i colleghi, che pur hanno deciso di rinunciare ai loro interventi in Aula ed anche ad ascoltare quelli degli altri, hanno ripensato alle loro letture di Cicerone e a quei brani del «De Re Publica» in cui tratta il ruolo del Senato, quel Senato romano che è stato talmente importante da aver dato il nome a quasi tutte le Camere alte del mondo. Cicerone rifletteva sull’autorevolezza che doveva avere il Senato e su come tale autorevolezza fosse una garanzia per tutti i cittadini.

Come andò a finire al tempo di Cicerone, nonostante la sua straordinaria capacità di cogliere il problema, lo sappiamo. Come quella vicenda possa ricorrere oggi nelle democrazie moderne è invece qualche cosa che stiamo sperimentando e rischiamo di sperimentare nei prossimi anni.

Per questo sarebbe fondamentale che ognuno e ciascuno dei colleghi senatori (e deputati) nella propria libera coscienza e nell’esercizio libero del proprio mandato parlamentare (secondo quello che prevede la Costituzione, senza alcun vincolo di mandato, senza dover rispondere a nessuna società esterna, senza dover dipendere da nessun capo), si prenda lo spazio per riflettere se con il proprio voto non stia semplicemente dando in pasto ai cittadini un risultato demagogico oppure stia contribuendo a rendere migliori, più efficaci e più efficienti le istituzioni del Paese.

La discussione sulla democrazia decidente è in corso in Italia da numerosi anni ed è una questione seria ed importante. Non appartiene alla mia parte politica né al mio personale approccio la pura difesa dello status quo. Una riflessione sulla democrazia e sul suo funzionamento, sul suo rapporto con il tempo, sulla capacità di decidere oltre che di rappresentare capacità decisionale, è un tema attuale e reale.

Questo può avere anche a che vedere, in una direzione o nell’altra, con il numero dei parlamentari, che possono essere troppi o troppo pochi a seconda delle funzioni e di come è organizzato il Parlamento. Oggi i leader dei movimenti politici che governano il Paese sono all’apice del consenso e forse possono persino salire.

C’è un andamento ciclico in questo. La grande mitologia classica, che è eterna e per questo attuale in ogni tempo, ci ricorda che quando si sale in alto se non si ha la capacità di fermarsi si precipita. Di questi precipizi, nell’era demagogica ne abbiamo visti tanti e penso ne vedremo ancora. Il ciclo di identificazione fideistica e di disillusione non fa bene alla democrazia e non fa altro che assecondare nel popolo l’idea della inutilità della Politica.

Su questo tema sarebbe importante un sussulto di dignità. È uno sforzo comune su come immaginare una democrazia autorevole nella modernità. Nessuno è portatore della Verità del popolo. Il popolo nelle democrazie rappresentative ha un’unica forma che è quella dei propri rappresentanti, cui ha consegnato una fiducia che bisogna guadagnarsi ogni giorno, e comporta anche la capacità di costruire insieme il bene comune, che non è qualche cosa che esiste in qualche luogo ma il risultato del confronto stesso. Chi ha pensato le Assemblee parlamentari, qualunque forma essa abbiano, ha pensato a questo.

Qualcuno giustamente sostiene che la democrazia rappresentativa sia nata nel momento in cui le comunità sono diventate troppo grandi e non si è più potuto stare tutti attorno a un fuoco a discutere, e quindi si decide che qualcuno attorno al fuoco ci sta e qualcun altro sta qualche metro più indietro, ma è rappresentato da qualcuno tra quelli che stanno attorno al fuoco ne deriverebbe che oggi grazie ai nuovi strumenti tecnologici tutti possiamo stare attorno al fuoco nuovamente, perché abbiamo la possibilità di partecipare. Ma questo purtroppo non è vero: con questi strumenti si possono esprimere le proprie opinioni, si può votare, anche in tempo reale, discutere fino a un certo punto, ma non si riesce a confrontarsi e contaminarsi.

Credo che questo sia un punto nodale della nostra riflessione. Essere attorno al fuoco è molto diverso che essere tutti lontani dal fuoco a mandarsi messaggi. Da qui passa la sfida, il sentiero sottile che porta verso la vetta di una Democrazia rinnovata invece che nel precipizio di una Demagogia consolidata.

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