Una “nuova narrativa” per conciliare naturale e artificiale

Focus

“La quarta rivoluzione”, il libro di Luciano Floridi su nuove tecnologie e comportamenti umani

In principio era la Natura. Fuoco, sole, freddo, intemperie. Tutti “suggeritori” per un’azione preventiva e difensiva da parte dell’uomo che sviluppa adeguate tecnologie per non soccombere: tetti, scudi, vestiti, abitazioni, ombrelli, alimenti specifici. Ma le tecnologie si intensificano.

Cominciano a incastrarsi in processi macchinici, in artifici complessi, in stratificazioni di tipo plastico e industriale: la Natura quasi ce la dimentichiamo come rivale. Le automobili sono tali perché ci sono le strade, la vite richiama il cacciavite e il legno dove si conficca, il frigorifero le manopole per aprirlo, il motore che lo aziona. Il protocollo tecnologia-natura, diventa un dialogo a due voci tecnologia-tecnologia, ma con l’Umano ancora sullo sfondo.

E oggi? Oggi siamo nel terzo stadio: l’ambiente di vita è diventato “infosfera”, noialtri utenti di apparecchiature degli “inforg”, ovvero organismi informazionali che vivono di dati, flussi, notizie, password, e le tecnologie delle pure interfacce che possono tranquillamente fare a meno di noi, imponendo quasi i loro algoritmi, le loro traiettorie di analisi, la loro precisione computazionale, la loro precisione telemetrica.

Comincia così, con questi curiosi e attualissimi diagrammi di sviluppo della nostra antropologia il bellissimo libro “La quarta rivoluzione” (Raffaello Cortina, pagg. 285, euro 24) di Luciano Floridi, professore a Oxford di Filosofia ed Etica dell’informazione.

“Stiamo cambiando la nostra prospettiva consueta sulla natura ultima della realtà. Da una visione materialistica e storica – sottolinea Floridi – in cui gli oggetti fisici e i processi meccanici giocano un ruolo chiave, a una iperstorica e informazionale. Questo passaggio sta a significare che gli oggetti e i processi sono privati della loro connotazione fisica, nel senso che tendono a essere concepiti indipendentemente dal loro supporto materiale”.

E anche da quello biologico, potremmo dire. Visto che abbiamo acquisito l’identikit di beneficiari, fruitori, consumatori, spesso inconsapevoli, di complessi dispositivi e attivatori, rimanendo “del tutto fuori dal processo”, senza poter esercitare più un reale controllo su di esso, come un elemento larvale, di pura osservazione talvolta, “ridondante”, ancor più spesso, rispetto all’intero iter di un calcolatore o di un network che ci sovrasta.

Il caro vecchio Homo Faber che scolpisce e plasma il mondo a sua immagine e somiglianza, quasi divinizzando la sua libertà, è come se avesse acceso la miccia – segnala Floridi – a un intreccio di ICT (Information and Communications Technology) che, dai droni ai tablet, dai social alla domotica, dalla pay tv agli smartphone, si presenta come una sorta di mix fra il vaso di Pandora e l’azzurro di un Paradiso di benessere ricamato di app e chance.

E’ il regno dell’”ambientalismo digitale” che, più che surrogarci, si sostituisce a noi nel modo di rapportarci al mondo, nei modelli da seguire, nelle tempistiche cui acconsentire, nell’autocomprensione, nell’esplicitarsi delle nostre emozioni. Un techno-habitat che si è impossessato di una vasta fenomenologia di comportamenti e reazioni, spingendosi fino ai valori della persona umana, alla sua privacy, alla sua inviolabilità, al senso del suo esistere, parlare, ragionare.

E’ dentro questa sfida che dobbiamo abitare ormai: dentro un “involucro” che fa da destino irreversibile al nostro modo di controllare ciò che ci circonda, ma che pure ci sottopone contraddizioni e derive alle quali potremmo essere tentati di cedere lo scettro delle nostre azioni.

“Il rischio che corriamo – dice Floridi – consiste nel fatto che, avvolgendo il mondo, le nostre tecnologie sono suscettibili di conformare i nostri ambienti fisici e concettuali in modo tale da indurci a adattare a loro i nostri comportamenti, poiché questa diviene la via migliore o la più facile o, talora, l’unica praticabile per far funzionare le cose”. Con la “onlife”, la vita che non distingue più fra virtuale e reale, ma introietta l’ibrido, il senza referente, l’astrattezza di codici che ci sfuggono, la sincronizzazione di operazioni che sembrano scelte deliberatamente da noi, senza di fatto esserlo, cambia davvero tutto: la politica, la democrazia, l’agire pratico, l’identità di ognuno, la condivisione di sentimenti saperi e relazioni.

Potrebbe essere dietro l’angolo la reductio dell’uomo al suo self-tracking, alle sintesi che ne deridono l’unità somato-psichica in ecosfere minime che fanno profilo & profitto, alla sua antropobionica potremmo dire, ovvero alla mera cerniera di innesti/reattività su basi matematiche e neurali – hai comprato un libro tramite Amazon? Amazon lo vede e ti propone tutti gli altri libri simili in sequenza per non scompensare mai il tuo gusto di partenza, anzi precludendoti altri orizzonti, un po’ come per le “persone che potresti conoscere” di Facebook reperite sulla base delle professioni, dei gusti e delle tracce di quelle che già hai nel tuo parterre online.

Potremmo andare incontro a una sorta di claustrofilia, follia autocompiaciuta del chiuso che si basa sul data-mining compositivo di una persona, sfasabile via via che il Sistema deve procacciarsi un nuovo asset di conformismo, o deve acquisire una nuova cellula alla common mind.

Serve una “nuova narrativa”, allora, ammonisce Floridi. La storia delle cose cui riservare rispetto e cura, i tentativi di conciliare naturale e artificiale sono un patrimonio filosofico ancora tutto da scrivere.

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