La nuova sfida dei diritti umani, una proposta concreta

Focus

Si sarebbe dovuto capire cosa comportava il tentativo Minniti come nuovo terreno di organizzazione internazionale e multipolare

La difesa dei diritti umani non può mai essere una, pur necessaria, petizione di principio. Deve sempre intrecciarsi con la capacità di migliorare, almeno un po’, le condizioni di coloro i cui diritti sono violati. In un mondo globale come il nostro la battaglia per i diritti è più facile e più difficile che in passato: più facile perché, sia pure solo teoricamente e a parole, quasi nessuno rivendica il potere di violare impunemente i diritti, la cui cultura si è estesa e approfondita in maniera incredibile negli ultimi settantacinque anni; più difficile perché le violazioni di cui siamo a conoscenza sono incredibilmente più numerose (anche se non come realtà fattuale) e perché spesso siamo in presenza di conflitti tra diritti diversi che rendono difficili le scelte da compiere.

Il tentativo del ministro Minniti di provare al tempo stesso a migliorare le condizioni dei migranti dalla Libia (e non solo) e di diminuirne il numero in arrivo per evitare conflitti di natura sociale e culturale interni all’Italia forieri di ricadute politiche pericolose e di sentimenti collettivi deplorevoli, non è mai stato analizzato e giudicato nel suo complesso (per colpa in primis dello stesso ministro, del governo e del Partito Democratico: incapaci di una comunicazione chiara ed efficace), ma solo per gli aspetti relativi alla riduzione degli arrivi e alle condizioni terribili dei centri di detenzione.

Al contrario, si sarebbe dovuto capire cosa comportava quel tentativo come nuovo terreno di organizzazione internazionale e multipolare (per la prima volta UNHCR diventava presente, anche se marginalmente, in Libia, si creavano condizioni in cui i centri di detenzione governativi erano osservabili mentre quelli privati dei trafficanti del tutto ignorati, segreti e fuori controllo, si creavano nuove misure e strategie europee etc). Una visione semplicistica con un forte connotato politico (alla Gino Strada, per intenderci) è riuscita a diventare la narrazione egemone che ha fatto di Minniti il precursore di Salvini: un tema su cui ci si dovrebbe interrogare seriamente. Per tornare all’oggi, atteso che è indispensabile mantenere un livello di denuncia delle violazioni continuo, serio (basato più sul diritto internazionale che sul bisogno pur evidente di umanità), evidenziando le contraddizioni delle norme recenti con la legislazione internazionale ed europea sui diritti umani, cosa si può fare per migliorare – nel medio periodo, non domani o chissà quando – le vite e le condizioni dei migranti?

Una prima risposta non può che essere questa: rimettendo in gioco l’Europa, i gruppi socialisti, verdi e lib-lab, per darsi posizioni e obiettivi comuni che, nella fase di costruzione istituzionale dei prossimi mesi, possano svolgere un ruolo. Si potrebbero poi creare due diverse task force in cui, accanto ai parlamentari (nazionali ed europei) del Partito Democratico vi sia un congruo numero di esperti. La prima di natura giuridica, mettendo insieme giuristi, avvocati che seguono da anni la questione, attivisti dei diritti umani non troppo legati a singole OnG per capire meglio gli spazi, i tempi, i terreni di possibili “invenzioni” di azioni umanitarie.

La seconda che faccia un grande sforzo per riflettere e proporre il tema dell’accoglienza e dell’integrazione come grande riforma epocale, che sarà inevitabile porsi comunque in futuro e su cui costruire un nuovo consenso che intrecci ragione e sentimento: stabilendo quanti migranti servono, quanti se ne possono accogliere senza senza troppi squilibri, cosa far fare loro, come insegnare loro a diventare cittadini, dove mandarli e in base a quali criteri, etc. Uno sforzo, in sintesi, che tenga conto dei problemi ma anche delle risposte date in tutta Europa alla questione. Uno sforzo cui ci si deve impegnare per vincere, sul terreno programmatico, anche la battaglia ideologica e di comunicazione su cui si è più deboli.

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