Da oggi la partita è nell’altra metà del campo

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L’Assemblea del PD ha messo in mostra un corpo vivo e vitale, in condizioni di salute molto migliori di quelle che ci sono state raccontate da tanti osservatori in questi mesi

La politica sarà anche una cosa brutta, sporca e cattiva (come abbiamo sentito dire fino alla sfinimento in questi anni). Ma quando milioni di cittadini in carne e ossa discutono del futuro del proprio paese, si confrontano sull’identità e sulle prospettive di partiti aperti e ne scelgono leadership e gruppi dirigenti quella stessa politica smentisce i profeti di sventura e si conferma una pratica forse faticosa ma certamente insostituibile.

Ieri l’Assemblea nazionale del PD ha messo un punto sulla lunga vicenda congressuale, iniziata formalmente qualche settimana fa ma aperta in realtà dal 5 marzo 2018. Lo ha fatto mostrandosi come un corpo vivo e vitale, in condizioni di salute molto migliori di quelle che ci sono state raccontate da tanti osservatori in questi mesi. E’ innanzitutto la conferma di un partito contendibile, dove linea politica e gruppi dirigenti possono essere messi in discussione e trasformati attraverso processi trasparenti e condivisi.

Un tratto prezioso e niente affatto scontato soprattutto oggi, quando la democrazia liberale è messa in discussione sia nel suo reticolo di garanzie e contrappesi sia nel grado di trasparenza e responsabilità delle organizzazioni di partito. E all’indomani della conclusione del percorso congressuale del PD vale ancora una volta ricordare che in questa fase la nostra Repubblica è governata da un’entità – il Movimento Cinque Stelle – di cui nessuno conosce ancora i meccanismi interni di funzionamento, decisione e finanziamento: non un’eccezione, ma la rappresentazione più evidente della crisi che da anni si svolge nelle nostre democrazie intorno all’organizzazione del consenso e delle competenze.

Il PD si conferma poi un partito culturalmente articolato, in grado pur con tutte le sue fragilità di rispondere ancora oggi all’intuizione che dieci anni fa spinse i suoi fondatori ad immaginare un’unica casa dove potessero lavorare insieme le diverse sensibilità del centrosinistra italiano. E infine, nonostante la sua capacità di essere fedele all’ispirazione della fondazione, un partito che riesce anche ad immaginare la propria trasformazione se necessaria a rispondere al nuovo contesto reale nel quale ci si muove (come ha fatto opportunamente Zingaretti segnalando l’opportunità di rivedere lo statuto).

Tutto risolto, dunque? Ovviamente no. Il largo mandato ricevuto dalla nuova leadership è solo la premessa indispensabile per l’avvio di una partita che da oggi si sposta nell’altra metà campo: quella occupata da un governo che, nonostante la crisi verticale del Movimento Cinque Stelle, continua a godere di livelli di consenso molto ampi e la cui totale incapacità di favorire crescita e lavoro deve ancora essere resa esplicita alla maggioranza degli italiani.

Una partita che si giocherà contro un avversario che è al contempo vecchio e nuovo. Vecchio, perché si tratta di quella grande parte del paese che da oltre vent’anni a questa parte non ha mai smesso di credere alle soluzioni di una destra mai europea fino in fondo e sempre pronta a cibarsi di antipolitica e sovversivismo. Nuovo, perché quella stessa destra oggi ha il volto più pericoloso di sempre di un Salvini pronto a mettere radicalmente in discussione anche le fondamenta civili della nostra comunità repubblicana. Una partita difficile e non scontata, che da oggi siamo comunque in grado di giocare.

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