Ora il clima nell’agenda italiana (anche del Pd)

Focus

È molto importante che Nicola Zingaretti abbia inserito l’emergenza ambientale nel suo programma e mi è sembrato un ottimo segnale che nel suo primo discorso abbia nominato Greta Thunberg

I milioni di giovani che domani 15 marzo manifestano in tutto il mondo per chiedere politiche più coraggiose e coerenti per contrastare i mutamenti climatici sono un fatto molto rilevante per l’Europa e rappresentano una formidabile spinta per rilanciare l’economia su nuove basi. Questa è una buona notizia, anzi un’ottima notizia, per Greta Thunberg e per i manifestanti. E la mozione presentata dal PD, mercoledì scorso in Senato, che impegna il Governo a mettere in campo azioni per il contrasto ai mutamenti climatici è un atto politico concreto e corregge alcune scelte sbagliate fatte dal nostro partito nella passata legislatura, nonostante i tanti buoni provvedimenti messi in campo. Il tema della sfida del clima non è stato mai seriamente messo in agenda e questa circostanza è culminata nel referendum sulle trivelle del 2016, che in qualche modo ha pesato anche sulla sconfitta del referendum costituzionale del 4 dicembre dello stesso anno, così come sul pessimo risultato elettorale del 2018. Del resto il tema ambientale purtroppo non è stato certo centrale nel dibattito interno al PD. Per questo è molto importante che Nicola Zingaretti abbia inserito l’emergenza ambientale nel suo programma e mi è sembrato un ottimo segnale che nel suo primo discorso abbia nominato Greta Thunberg.

Eppure proprio grazie alla green economy l’Italia può oggi costruire un futuro all’altezza della sua storia. Abbiamo enormi problemi – non solo il debito pubblico, ma anche le diseguaglianze sociali, la mancanza di lavoro, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia spesso soffocante – possiamo però affrontarli solo chiamando a raccolta i talenti e le energie disponibili. E se l’Italia scommette sulla qualità e la sostenibilità trova il suo posto nel mondo. Una tesi confermata anche dall’aumento del nostro export. I rapporti di Fondazione Symbola lo confermano: “Green Italy”, sulla green economy,  “Coesione è competizione”, su imprese, territori e comunità, lo dimostrano. Sono 345.000 le imprese italiane che, nell’ultimo triennio, hanno fatto investimenti in campo ambientale e sono quelle che crescono ed innovano di più, esportano di più, producono più posti di lavoro. Saranno 474.000 i nuovi contratti green attivati entro l’anno, a dimostrazione del legame sempre più stretto tra green economy e nuova occupazione. E che le imprese che sono più “coesive”, che hanno migliori relazioni con i lavoratori, le comunità, i territori crescono di più e producono più occupazione. Vale in molti paesi del mondo, ma in Italia in particolar modo e rappresenta la via maestra per una nuova politica economica, sociale e democratica. Una consapevolezza che può certamente dare forza ad un cambiamento positivo.

La stessa Cina è scesa in campo quasi a occupare lo spazio lasciato dalle scelte negazioniste degli Stati Uniti di Trump.  Xi Jinping al congresso del Partito Comunista dell’ottobre 2017 nel suo discorso ha nominato per ben 89 volte la parola “ambiente”, al secondo posto molto lontana dalla prima la parola ”economia”, 70 volte.

L’Europa ha quindi oggi una grande occasione per riscoprire la sua anima. Un’Europa che non sia solo attenta a finanza, banche, regole di bilancio ma protagonista del futuro. Del resto è bene ricordare che senza il forte impegno dell’Europa il protocollo di Kyoto sarebbero rimaste lettera morta e gli accordi della COP21 di Parigi non avrebbero visto la luce. Una nuova Europa che assuma la guida del contrasto ai mutamenti climatici può effettivamente rappresentare “uno spazio privilegiato speranza umana”. Come era scritto nel preambolo della Costituzione Europea che bocciato dai referendum nel maggio 2005. Senza che nessuno capisse che era necessario cambiare rotta.

L’enciclica di Papa Francesco – la Laudato Sì –  che non ha mancato di esercitare la sua influenza anche negli accordi di Parigi sul clima, ha colto molto bene il nesso tra crisi finanziaria, crisi sociale e ambientale mostrando un forte impianto umanistico, che afferma senza mezzi termini come le migliori qualità umane debbano essere messe in campo per eliminare una cultura e una logica dello scarto oggi dilagante.

Anche per l’Italia essere protagonista nella sfida del clima è una grande opportunità: puntare su un’economia a misura d’uomo, fondata sulle relazioni comunitarie, che scommetta sulla bellezza, sulla qualità, sulla conoscenza, sull’innovazione, sul paesaggio e la coesione sociale. Un’economia che ci vede più forti. Questa è la strada per ridurre le disuguaglianze tra le persone e i territori valorizzando il nostro patrimonio. La cultura è nel nostro dna e grazie ad essa possiamo costruire un futuro all’altezza della nostra storia. L’Italia infatti è forte se fa l’Italia, se scommette su ciò che la rende unica e desiderata nel mondo. Come sostiene lo storico Carlo Cipolla “l’Italia ha la vocazione di produrre cose che piacciono al mondo”. La via italiana allo sviluppo non può essere quella di competere con altri Paese riducendo i diritti o la salvaguardia dell’ambiente. La nostra storia ci dice che la bellezza produce bellezza, che deriva anche dalla capacità di curare e sviluppare le relazioni.

Per questo i milioni di manifestanti del 15 marzo possono parlare anche italiano. Non è una sfida scontata ma come ha detto Frank Capra:” I dilettanti giocano per divertirsi quando fa bel tempo. I professionisti giocano per vincere in mezzo alla tempesta”. E mi auguro che il nuovo Partito Democratico possa giocare questa partita.

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