La faccia di Orban e la grande tristezza della “groupie” Meloni

Focus

La leader di Fratelli d’Italia vola a Budapest per farsi un selfie con il padrone del governo più liberticida d’Europa

Che infinita tristezza vedere una giovane donna italiana volare a Budapest, Ungheria, a quattro giorni dalle elezioni politiche, per farsi un selfie con il peggior governante d’Europa. Che brutta immagine la faccia forzatamente allegra di Giorgia Meloni e quella maschera priva di espressione, con un mezzo sorrisetto commiserativo, di Viktor Orban, l’uomo che sta trasformando l’Ungheria, decantata, tra gli altri, anche da Dante, in uno dei luoghi più illiberali e meno ospitali del Vecchio Continente. “Lotta all’immigrazione incontrollata, difesa delle radici cristiane dell’Europa, revisione dei trattati europei per dare più sovranità agli Stati”. E ancora, “maggiori relazioni con il gruppo di Visegrad, a discapito dell’asse franco-tedesco”. Ecco di cosa hanno parlato i due.

Certo che bisogna essere proprio disperati per correre ad elemosinare un endorsement da Orban, idolo della più becera destra continentale. Forse la Meloni ha paura di essere superata dai neofascisti di CasaPound. O forse, cosa ancora più grave, è davvero convinta che quella tracciata da Orban e dagli altri Paesi dall’Europa centro-orientale sia davvero la strada giusta. In entrambe i casi, ci sarebbe poco da ridere. E infatti Giorgia se la ride come una qualsiasi groupie di Instagram e il suo idolo ha una faccia preoccupata (quasi schifata) da cotanto entusiasmo.

Chi è Viktor Orban, il padrone del governo più liberticida d’Europa

Da qualche anno, ormai, l’Ungheria sta facendo parlare di sé soprattutto a causa di lui: Viktor Mihaly Orban, primo ministro dal 1998 al 2002 e, con un impatto politico ben più importante, dal 2010 ad oggi. A capo di un partito conservatore, patriottico ed identitario (Fidesz), Orban guida il governo più liberticida d’Europa. Ha imposto riforme volte alla nazionalizzazione dell’economia, abbandonando le politiche liberiste del suo primo esecutivo, scritto la parola fine all’indipendenza della Banca Centrale Ungherese, inasprito i rapporti con l’Unione Europea, allontanato qualsiasi ipotesi di entrata nell’euro, chiuso giornali e televisioni a lui avversi, messo in discussione il concetto stesso di democrazia liberale.

Eppure nel 2014 è stato rieletto ed ha ottenuto una schiacciante maggioranza assoluta, complice la ripresa economica che ha tirato fuori il Paese dalle sacche della storica crisi che l’ha colpito dalla fine delle repubbliche socialiste est-europee ai giorni nostri. Forte del consenso ricevuto, Orban ha ulteriormente forzato il suo atteggiamento di governo, fino a diventare il simbolo e il portavoce delle posizioni più oltranziste nella gestione dell’emergenza migranti. Budapest è stata la prima a reintrodurre nel lessico e nell’immaginario europeo il concetto di muro, che tutti pensavamo ormai superato. La barriera con la Serbia in chiave anti-profughi, eretta per bloccare la cosiddetta rotta balcanica dei migranti, è stato purtroppo solo il primo episodio del ritorno del cemento e del filo spinato lungo i confini che separano il nostro continente.

Il gruppo di Visegrad, che vuole i soldi ma non vuole i migranti

Quando si parla di Gruppo Visegrad si fa riferimento al foro di dialogo composto da Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, un’espressione che va ben al di là dei soli aspetti geografici. Rappresenta una forma di opposizione e chiusura. Verso i rifugiati, appunto. In parte anche nei confronti del liberalismo democratico europeo, almeno a giudicare dal modo in cui esercitano il potere Orban in Ungheria, Kaczynski in Polonia e il miliardario Babis in Repubblica Ceca. L’idea comune dei Paesi membri del Gruppo Visegrad (o V4, nato nel 1991 nell’omonima cittadina ungherese) è sostanzialmente una: l’Europa è una sorta di bancomat, da cui attingere risorse, senza condividerne obblighi, doveri e valori.

Varsavia era un tempo, prima che Jaroslaw Kaczynski le facesse cambiare rotta, l’allieva modello dell’allargamento a Est dell’Unione Europea, che le concede fondi per 229 miliardi di euro fino al 2020. Stesso discorso, pur con proporzioni diverse, si può fare per Budapest, Praga e Bratislava, che, non a caso, sono state tutte deferite alla Corte di Giustizia Ue per non aver ricollocato i richiedenti asilo da Italia e Grecia.

Ma c’è un nuovo candidato che bussa prepotentemente alla porta del club di Visegrad: è il governo austriaco nero-blu di Sebastian Kurz alleato dei populisti di estrema destra di Strache. Nel programma di governo c’è l’idea di confiscare i cellulari e i contanti in possesso dei migranti al loro arrivo al confine come contributo alle loro spese di alloggio. Non è un caso che quello austriaco sia il modello di governo maggiormente evocato da Salvini.

Cosa rischia l’Italia che si accoda Visegrad

Ma i nodi, per questa come per tante altre questioni, stanno per venire al pettine. Nel secondo semestre 2018 Vienna sarà presidente di turno del Consiglio dei ministri dell’Ue, l’organismo a rotazione che stabilisce l’agenda dei lavori: c’è da scommettere che metterà in fondo all’agenda la riforma del trattato di Dublino che prevede che i migranti siano di competenza dello stato che per primo li accoglie. Una metodologia che non regge più e che ha già fatto aumentare a 40 miliardi di euro i fondi Ue di aiuti all’Africa per bloccare i flussi migratori alla fonte.

Il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel, non appena verrà dato il via libera al governo di coalizione, apriranno le danze per la resa dei conti e per superare l’attuale stallo europeo con un’inedito braccio di ferro tra Est e Ovest per le quote dei migranti, duello che prenderà il posto del precedente schieramento contrapposto tra Nord e Sud sulle politiche di austerità. Facile che da questo passaggio storico possa finalmente prendere forma l’idea di un’Europa a due velocità. L’Italia di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, arroccata su un dannoso concetto di sovranismo identitario, in questo duello, sta con Orban e il Gruppo di Visegrad.

 

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli