“Non smettevano più di picchiare, ho creduto di morire”. Cosa è successo a Genova

Focus

Fiano: “Al ministro Salvini, va la somma responsabilità, di stabilire ed indicare un limite che tassativamente non può essere superato, di rispetto per il diritto di cronaca e per il diritto di manifestare pacificamente”

Una manifestazione, una forma normale di dissenso politico, in una democrazia matura non spaventa nessuno. Se poi è fatta in una città che ha visto una delle pagine più brutte e crudeli della nostra storia, il G8 di Genova, ormai 18 anni fa, dovrebbe essere ancora più difesa. E invece quello che è successo ieri in piazza nel centro storico di Genova, lascia senza parole.

È di sei feriti, di cui due sottoposti a fermo di polizia, il bilancio degli scontri tra antifascisti e polizia durante un comizio di Casapound ( a cui, per la cronaca, hanno partecipato non più di 20-30 persone).

Tra loro ci sono anche due carabinieri, un poliziotto e un giornalista di Repubblica, Stefano Origone, ricoverato all’ospedale con una costola fratturata, due dita della mano sinistra rotte, trauma cranico per le manganellate in testa ed ecchimosi su tutto il corpo. Il suo racconto lascia senza parole: “Ho pensato di morire, non mi vergogno di dirlo. Non smettevano più di picchiarmi, vedo ancora quegli anfibi neri, che mi passavano davanti al volto e, nella testa, mi rimbomba ancora il rumore sordo delle manganellate. Su tutto il mio corpo, che cercavo di proteggere, rannicchiato in posizione fetale, scaricavano una rabbia che non ho mai incontrato prima, che non avevo mai sentito così efferata in trent’anni di professione, sempre sulla strada”.

Un clima spropositatamente teso, per cui lo stesso questore di Genova, Vincenzo Ciarambino, ha chiesto scusa al giornalista: “Conosco Stefano da anni e sono voluto andare in ospedale per sincerarmi delle sue condizioni. Ho chiesto scusa a lui, alla moglie e al responsabile della redazione genovese di Repubblica. Ho voluto portare la vicinanza della Polizia”, dice Ciarambino all’ANSA.

Ma le scuse non possono bastare. Oggi è necessario capire come sia potuto succedere. Per questo la Procura di Genova aprirà due inchieste: la prima per il pestaggio da parte della polizia del giornalista, la seconda per quel che riguarda invece i manifestanti che si sono scontrati con le forze dell’ordine.

“Non faremo sconti a nessuno – ha detto il procuratore aggiunto Francesco Pinto – nella ricostruzione dei fatti e della verità storica. I tempi del G8 sono lontani”. Una reazione immediata che si spera faccia luce al più presto sulle responsabilità. Anche se una domanda rimane nell’aria: se non fosse stato un giornalista conosciuto, cosa sarebbe successo? A chiederselo su Fb, Matteo Orfini che scrive: “La Polizia non dovrebbe pestare in quel modo nessuno. Un uomo a terra, se è un delinquente, va ammanettato. Non preso a calci”. In attesa di capire, si punta il dito, ancora una volta contro chi l’ordine e il rispetto delle regole dovrebbe garantirlo, cioè il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

“Qualcuno, non noi, non il capo della Polizia o il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, disse una volta dal palco di Pontida, in campagna elettorale, che i poliziotti, con la Lega al governo, avrebbero avuto ‘mani libere'”, dice in una nota, il deputato Pd Emanuele Fiano.”Quel qualcuno è oggi ministro dell’Interno. A lui quindi, al ministro Salvini, va la somma responsabilità, di stabilire ed indicare un limite che tassativamente non può essere superato, di rispetto per il diritto di cronaca e per il diritto di manifestare pacificamente”. E continua: “Male fa il ministro a non comprendere la gravità delle parole da lui dette in campagna elettorale ai poliziotti e a non comprendere la pericolosità dei movimenti neofascisti che rialzano la testa”.

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