L’ottava puntata del revival di Twin Peaks è un’opera d’arte

Focus

Dopo la messa in onda dell’ottava puntata, #Twinpeaks è diventato un trending topic mondiale su twitter. E non a caso: la sensazione è di aver assistito a qualcosa di epocale

Che si trattasse di un’esperienza non convenzionale ce lo aspettavamo più o meno tutti, ma che la libertà concessa a David Lynch nel confezionare il revival di Twin Peaks (onore e merito a quelli di Showtime) potesse traghettarci verso scenari così entusiasmanti rimaneva poco più che una speranza, coltivata soprattutto dai fan della serie e dagli ammiratori del regista.

Eppure, in questi giorni ad accorgersi della straordinarietà dell’evento è tutto il web, con l’hastag #Twinpeaks spedito direttamente in cima ai trending topic di Twitter. Complice la puntata numero 8 della serie, da molti etichettata come “la migliore ora della storia della televisione”.

Difficile tirare le fila di una visione così piena di significati, ridondante, tanto da eccedere ogni tentativo di concettualizzazione. La prima sensazione è quella di aver assistito a qualcosa di totalmente fuori dagli schemi, impressione confermata da piccoli dettagliSchermata 06-2457932 alle 17.11.05; come il fatto di trovare poco comprensibile una richiesta che fino a ieri consideravamo lecita: quella degli amici ancora a digiuno delle nuove puntate, che ti chiedono di non rivelare nulla, nemmeno un giudizio di gusto, per evitare loro i temutissimi spoiler. Ebbene, non c’è nulla da temere, il concetto di spoiler non si attaglia a Twin Peaks: sintomo che la stessa forma seriale tipica di questi tv show, che si basa soprattutto sullo sviluppo della trama, viene in qualche modo superata dall’opera di Lynch.

Ma andiamo con ordine. La puntata otto mette in scena una sorta di mito fondativo: la genesi del “mistero Twin Peaks”. Tutto comincia con il primo esperimento atomico dell’uomo: il “Trinity test”, condotto nel 1945 dagli americani nel New Mexico. Lynch ci mostra questo evento con uno sguardo che si avvicina sempre di più al luogo della deflagrazione, fino a penetrare all’interno dell’esplosione, svelando la danza convulsa delle particelle subatomche. L’estetica della scena, il montaggio, la fotografia, rimandano tutte ai primi corti del regista, ma anche agli esperimenti di videoarte e agli esempi di cinema sperimentale menzionati alla fine di questo interessante articolo del New York Times.

Facile pensare a come l’uomo, giocando pericolosamente con i segreti dell’atomo, abbia dischiuso l’accesso a quei mondi “altri” la cui presenza è un inquietante fattore sottotraccia nelle prime due stagioni di Twin Peaks, mentre in questo revival è ormai una vera e propria essenza esplicita e dilagante.

L’intuizione di Lynch pare addirittura trovare il suo ancoraggio scientifico in alcune implicazioni della teoria dei quanti, che suggeriscono la presenza di universi paralleli misteriosamente collegati tra di loro per spiegare il comportamento apparentemente anomalo delle particelle subatomiche.

Questi universi paralleli, in particolare quello della Loggia Nera e del suo contraltare, la Loggia Bianca, sfuggono ad una riduzione logica: il manifestarsi dei loro abitanti è interpretato come una forma di malvagità insensata (leggasi, Bob); oppure come un altrettanto insensata apparizione dai connotati salvifici, che prende forma di personaggi-cardine come quello del Gigante. Dagli eventi a cui assistiamo durante la puntata, sembra che quest’ultimo sia implicato nel tentativo di “riassorbire” le forze maligne all’interno del loro ambiente naturale: Lynch ci lascia intendere che la creazione dell’universo-mondo di Twin Peaks (esemplificato da una bolla traslucida contenente l’effige di Laura Palmer) potrebbe avere in qualche modo il ruolo di ostacolare il male.

Ma tutto ciò è, come detto, molto difficile da mettere in parole.

Lo sguardo che Twin Peaks dischiude sulla realtà ci fa guardare alla causalità degli eventi, alla loro serialità, sotto una luce differente da quella del senso comune; Lynch sembra invitarci ad allentare la presa razionale sul meccanismo di causa-effetto, a considerare che l’atto di dare senso alle cose tramite spiegazioni causali è limitante. Proprio per questo motivo alla base di Twin Peaks c’è un “evento”, un mito fondativo, un avvenimento: qualcosa che il regista apparecchia davanti ai nostri occhi con grande maestria filmica e che acquista e conferisce senso al di là dei nessi logico/causali che possiamo individuare.

Anche qui, l’intuizione lynchana ha i piedi ben piantati nel terreno filosofico. Se il nostro dare senso alle cose consiste nell’inquadrare gli eventi in una catena causale, è implicito in questo meccanismo una ricerca a ritroso che terminerà, prima o poi, con un dato inspiegabile, rispetto al quale non potremmo guardare ulteriormente indietro: un elemento che rimarrà privo di spiegazione. “Provate a sostituire la descrizione, con la spiegazione”, diceva in tal senso il filosofo Ludwig Wittgenstein, sottolineando come il rimando tra causa ed effetto sia in alcuni casi un meccanismo reversibile, e quindi suggerendo di cercare il senso delle cose altrove.

Nel mito fondativo che Lynch mette in scena, in cui sembra dispiegarsi la summa della sua opera (dai rimandi alla propria produzione, all’uso magistrale delle musiche – da segnalare, in questo senso, la composizione Threnody For The Victims Of Hiroshima di Penderecki, usata in passato da Stanley Kubrick) è contenuto un nucleo di senso potentissimo, che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni e che, soprattutto, sfugge alla serialità per aprire uno squarcio sulla vertiginosa libertà di chi sceglie l’arte come strada maestra.

“La serie non è al principio del serio”, diceva lo psichiatra e filosofo francese Jacques Lacan, intendendo che alla base delle cose più importanti dell’esistenza, le cose serie appunto, non sia prevista la rigida causalità del meccanismo seriale. David Lynch ci fornisce la dimostrazione visiva di questo pensiero, riuscendo nell’intento di fare la migliore serie di sempre sottraendosi ai meccanismi della serialità. Per questo, la domanda che ci ponevamo qualche settimana fa circa la possibilità che i nuovi episodi potessero rivoluzionare di nuovo, dopo 25 anni, il concetto di serial televisivo, ci sembra, per ora, andare incontro ad una risposta affermativa. Twin Peaks ha compiuto di fatto una rivoluzione, conciliando due poli apparentemente opposti: l’arte libera e la televisione seriale.

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