Il pacifismo di Bergoglio dinanzi al rischio nucleare

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Il Papa recupera il senso del Concilio Vaticano II: mai più guerra

Con il conflitto nucleare l’umanità rischia il suicidio. Si è espresso in questi termini Papa Francesco visitando, lunedì 30 ottobre, il nuovo dicastero vaticano dal lui stesso creato “per il servizio dello sviluppo umano integrale” – ex consiglio di giustizia e pace – che si occupa dei grandi temi globali del pontificato: pace, immigrazione, tutela del Creato, sviluppo sostenibile, giustizia sociale, lotta alla corruzione. Insomma il cuore della dottrina sociale aggiornata da Bergoglio alla stagione della mondializzazione e dell’interdipendenza.

La questione nucleare, d’altro canto, è al centro delle preoccupazioni della Santa Sede almeno dagli anni ’60 del secolo scorso, quando infuriava la guerra fredda, Giovanni XXIII scriveva l’enciclica “Pacem in Terris” e interveniva sulla crisi dei missili a Cuba (1962), quando Kennedy e Krusciov si trovarono a un passo dal conflitto atomico; i leader di Usa e Urss riuscirono a trovare in extremis un’intesa e a scongiurare il peggio prevalendo sulle rispettive fazioni militari favorevoli all’escalation nucleare.

Così, il 10 e 11 novembre prossimi un grande convegno sul disarmo nucleare – promosso dal dicastero per lo sviluppo umano – si terrà in Vaticano con la partecipazione di premi Nobel, politici, personalità della scienza e della cultura; vi prenderà parte anche il Segretario generale dell’Onu, il socialista e cattolico portoghese in forte sintonia con papa Francesco, Antonio Guterres. Il tema del nucleare militare del resto, con la presidenza di Donald Trump, l’aggressività del regime nordcoreano e il rischio che si rompa l’accordo sul disarmo atomico fra Washington e Teheran, è di tremenda attualità.

Con la fine del mondo diviso in blocchi nel 1989, la speranza del mondo fu che almeno l’incubo nucleare fosse superato, ma il rapido disfacimento degli arsenali ex sovietici – con l’immissione di un enorme quantitativo di ordigni nucleari sul mercato internazionale delle armi dove agiscono Stati e gruppi criminali spesso confondendosi l’un l’altro –,  l’affermarsi di potenze emergenti e la difficoltà di ripristinare nuovi equilibri globali, hanno restituito attualità e urgenza al problema. Non per caso quando Francesco parla di pace, collega quasi sempre la questione al commercio delle armi, ai traffici più o meno illeciti che smuovono risorse finanziarie enormi, alimentano conflitti locali e internazionali, sostengono i regimi autoritari, fomentano il terrorismo e generano, di conseguenza, un numero incalcolabile di vittime.

‘Non esiste la guerra giusta’
Ma c’è dell’altro. Nell’elaborazione sulla guerra delineatasi un po’ alla volta in questi anni di pontificato, Francesco sembra aver compiuto un altro passo significativo: il no alla guerra è diventato infatti assoluto, profetico, non più mediato. Qualcosa di simile è accaduto, per esempio, con il no alla pena di morte che – nelle parole di Francesco – non ammette più alcuna eccezione e diventa delitto, peccato, contro la dignità umana, tanto da richiedere un ulteriore approfondimento in tal senso al catechismo. Si tratta di scelte che tendono a ridefinire, controcorrente, le culture contemporanee intorno a principi universali il cui valore sta nella capacità di unire credenti di tutte le fedi, e non credenti.

In un importante e recente libro-intervista con il sociologo francese Dominique Wolton, il Papa ha affermato: “Oggi dobbiamo ripensare al concetto di ‘guerra giusta’. Abbiamo imparato, nella filosofia politica, che per difendersi si può fare una guerra e considerarla giusta. Ma si può definirla una ‘giusta guerra’? O piuttosto una ‘guerra di difesa’? L’unica cosa giusta è la pace… Non mi piace usare il termine ‘guerra giusta’. Sentiamo dire: ‘Io faccio la guerra perché non ho altri mezzi per difendermi’. Ma nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace”.

La Santa Sede, con Giovanni Paolo II, aveva aperto al principio della guerra giusta passando attraverso il concetto di ingerenza umanitaria, la definizione trovò fortuna nei primi anni ’90 quando il sanguinoso conflitto nell’ex Juglsavia mise in mostra un tale repertorio di orrori contro i civili che il mancato intervento internazionale apparve come una forma mascherata di complicità. Oggi la Santa Sede preferisce parlare di “responsabilità di proteggere” con riferimento in particolare alle minoranze, alle popolazioni civili, ai gruppi perseguitati (tema tornato d’attualità con le minoranze cristiane in Medio Oriente e le popolazioni civili musulmane in Siria). In tal senso la cornice, per il Vaticano, deve essere quella del diritto internazionale (proporzionalità nell’uso della forza, assenza di motivazioni ‘coloniali’ mascherate da ragioni umanitarie, ruolo centrale dell’Onu, multilateralismo ecc.). Ma soprattutto deve essere stata sperimentata ogni possibile via diplomatica.

Lo Ius pacis e don Milani
Francesco, tuttavia, è andato oltre e ha approfondito la linea tracciata già da Paolo VI nel celebre discorso alle Nazioni Unite del 4 ottobre 1965: “Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine – disse Montini – sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!”. All’inizio di ottobre, a Bologna, Francesco ha parlato di “ius pacis”, inteso “come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza. Per questo ripetiamo: mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri! Vengano alla luce gli interessi e le trame, spesso oscuri, di chi fabbrica violenza, alimentando la corsa alle armi e calpestando la pace con gli affari”. Nella stessa occasione citò un altro celebre intervento, quello del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna che, il primo gennaio del 1968 tenne una storica omelia contro la guerra interpretata come una critica agli Usa e al loro intervento in Vietnam. La Casa Bianca protestò e Lercaro fu costretto alle dimissioni.

Francesco sta dunque recuperando la Chiesa del Concilio Vaticano II e i suoi interpreti, anche quelli a lungo giudicati ‘irregolari’. In tale percorso non può essere tralasciata la riabilitazione di don Lorenzo Milani e di don Primo Mazzolari, contrari alla guerra, preti pacifisti fino in fondo. Non si dimentichi, fra l’altro, che Mazzolari prese parte attiva alla Resistenza e Milani fu processato per aver difeso l’obiezione di coscienza (un suo celebre scritto sul tema venne pubblicato nel 1965 dalla rivista culturale del Pci, Rinascita, suscitando per questo ulteriore scalpore). E ancora, vale la pena sottolineare come il vescovo di Roma nello storico discorso tenuto davanti al Congresso di Washington nel 2015, richiamando la memoria di alcune grandi personalità che avevano costruito l’America moderna, citò il monaco Thomas Merton, pacifista anch’egli, esponente della lotta per i diritti civili negli anni ’60, uomo del dialogo con le altre fedi e culture.

L’Europa di oggi e Caporetto
Insomma il messaggio del Papa riparte da quello spirito del Concilio che pure spinse potentemente in avanti la Chiesa e la riportò a una contesa profetica e disarmata con i poteri terreni. E tuttavia Francesco guarda al passato per leggere il presente e accettarne le sfide. In questo senso vanno le parole pronunciate dal Papa pochi giorni fa nel corso di un grande meeting sull’Europa svoltosi in Vaticano: “L’Unione Europea – ha detto nell’occasione Bergoglio – manterrà fede al suo impegno di pace nella misura in cui non perderà la speranza e saprà rinnovarsi per rispondere alle necessità e alle attese dei propri cittadini”. “Cent’anni fa – aggiunse – proprio in questi giorni iniziava la battaglia di Caporetto, una delle più drammatiche della Grande Guerra. Essa fu l’apice di una guerra di logoramento, quale fu il primo conflitto mondiale, che ebbe il triste primato di mietere innumerevoli vittime a fronte di risibili conquiste. Da quell’evento impariamo che se ci si trincera dietro le proprie posizioni, si finisce per soccombere. Non è dunque questo il tempo di costruire trincee, bensì quello di avere il coraggio di lavorare per perseguire appieno il sogno dei Padri fondatori di un’Europa unita e concorde, comunità di popoli desiderosi di condividere un destino di sviluppo e di pace”.

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