Lo spettro nero di Visegrád

Focus
Visegrad

Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia cercano lo scontro in Europa e intanto sperano nella sponda di Austria e Italia

Oggi i leader dei 4 paesi del gruppo di Visegrád – composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – hanno annunciato che non parteciperanno al summit su immigrazione e asilo che si terrà domenica a Bruxelles fra i capi di governo di Germania, Austria, Italia, Francia e altri paesi europei. La conferma del forfait è arrivata prima dal premier Unghere Viktor Orbàn e poi ribadita dal premier polacco Mateusz Morawiecki che ha definito “il mini-summit di domenica inaccettabile”. Secondo Varsavia, a Bruxelles “vogliono riproporre una vecchia proposta che avevamo già respinto”.

E mentre annunciano lo strappo con l’Ue, i 4 sottolineano il rafforzarsi dell’intesa con l’Austria. Secondo Orbán il vertice di oggi – che in questa occasione è stato allargato anche al cancelliere austriaco Sebastian Kurz – ha confermato che fra i paesi Visegrád e Vienna c’è accordo sul fatto che “l’Europa deve essere in grado di proteggere le sue frontiere e deve poter garantire sicurezza ai suoi cittadini”. Discorso a parte va fatto per quanto riguarda le quote. Su cui – ha affermato Orbàn – Vienna non ha espresso il suo consenso.

Le posizioni sulla crisi dei migranti

Austria

La partecipazione dell’Austria al mini vertice di oggi è importante perché sarà proprio il paese guidato da Viktor Kurz ad assumere, a luglio, la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. Il cancelliere austriaco Kurz ha un punto di vista sull’immigrazione vicino a quello al primo ministro ungherese Orbàn, al ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer e quello italiano Matteo Salvini. A margine del vertice di oggi anche Kurz, come Orbanm, ha voluto spostare l’attenzione dal tema della distribuzione dei migranti – dove evidentemente c’è distanza con i 4 – per puntare l’attenzione sulla sicurezza delle frontiere esterne della Ue.

Ungheria

La posizione del primo ministro Orbán è quella più intransigente e ferma fra i 4 di Visegràd. L’ha ribadita anche questa settimana, parlando nell’università di lingua tedesca a Budapest: “Nella polemica europea sulla migrazione – ha spiegato il premier ungherese – non c’è posto per nessun compromesso, le frontiere devono essere difese”. Secondo Orbàn, il futuro dell’Unione europea dipende dalla sua capacità di difendere i confini e i migranti già arrivati non devono essere distribuiti fra i paesi membri con il meccanismo delle quote, ma rispediti in massa nei paesi di origine.

Repubblica Ceca

Più complessa la posizione della Repubblica ceca. Secondo quanto annunciato lunedì dal premier ceco Andrej Babis, il suo paese sarebbe pronto a sostenere finanziariamente e materialmente l’Italia e la Grecia nell’affrontare la crisi dei migranti, ma respinge fermamente il sistema di ricollocazione dei richiedenti asilo. Impensabile – a suo parere – anche l’idea di riattivare i controlli di frontiera all’interno dell’area Schengen, come prospettato dal ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer.

Slovacchia

Anche la Slovacchia si è sempre opposta al sistema delle “quote” sui richiedenti asilo. Come per gli altri paesi il suo contributo all’accoglienza è stato minimo (solo 16 nel 2018 nel caso delle ricollocamenti dalla Grecia) o addirittura assente (nel caso dei ricollocamenti provenienti dall’Italia).

Polonia

Il paese guidato da Mateusz Morawiecki è stato più volte sotto la lente d’ingrandimento dell’Unione europea per alcune controverse leggi recentemente varate. Nel dicembre scorso la Commissione Ue ha avviato una procedura mai adottata prima, quella prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona. L’azione è stata invocata contro il governo polacco di estrema destra, accusato di aver compromesso lo stato di diritto. L’asse con la Polonia di Orbàn è stato più volte confermato. In un bilaterale dello scorso maggio i due avevano ribadito la piena sintonia tra i due paesi, in particolare nel chiedere lo stop alle quote e ai ricollocamenti di profughi fra gli stati membri.

Vedi anche

Altri articoli