Perché la crisi del M5s è irreversibile

Focus

Panarari: “Non hanno né una leadership forte, né un’idea chiara, né una narrazione efficace”

Malgrado la solita faccia sorridente nella sua fissità, l’animo di Luigi Di Maio è in subbuglio. Per forza: 15 punti persi in un anno non è cosa che si possa digerire in una notte. Ma è stato proprio alla conferenza stampa che si è capito che il “Capo politico” del M5s non ha nulla da dire, non sa spiegare perché ha perso, non sa come risalire la china. Ha solo un annuncio da fare, prevedibilissimo: non mi dimetto. Ne ha parlato (allora il tema esiste!) con i maggiorenti, Grillo, Casaleggio, Fico, Di Battista. Nessuno ne chiede la testa. Anche e soprattutto perché non si vede chi potrebbe prendere il suo posto. I grillini sanno di aver lavorato per un Re di Prussia chiamato Salvini e ora non sanno come uscirne. Resta dunque l’inerzia: uno scivolo verso una crescente irrilevanza. Spiega Massimiliano Panarari, autore del saggio Uno non vale uno: “Siamo davanti a una parabola esemplare della ‘politica intermittente’ tipica di questa epoca. Al M5s oggi servirebbero tre cose: una leadership carismatica; una piattaforma politica chiara; una comunicazione efficace. Oggi non ha nessuna di queste tre cose”.

Già, un altro leader non è possibile perché – spiega il massmediologo – “il meccanismo ideologico di Casaleggio non prevede la costruzione di leadership carismatiche né la contendibilità del Movimento”. Sta qui la “forza” di Di Maio. Tanto più che Roberto Fico – probabilmente infuriato per come stanno andando le cose – non ha lo standing per diventare il numero uno e su Di Battista ormai è velleitario fare affidamento.

E d’altra parte Di Maio non pare proprio avere la forza – la forza d’animo, politica, culturale – di impostare una svolta politica, tipo mollare la Lega. E’ il consiglio che gli dà Walter Veltroni, intervistato dal Gazzettino: “Questa alleanza  è innaturale, e i Cinque stelle pagano un prezzo elevatissimo dal punto di vista elettorale. Però, avendolo pagato, potrebbero aver paura delle elezioni anticipate e consegnarsi mani e piedi – sindrome di Stoccolma – al loro carnefice, a chi li sta spolpando”. Certo che hanno paura delle elezioni: sai in quanti perderebbero il seggio parlamentare per sempre?

Su cosa insiste, allora, il ministro dello Sviluppo? Sull'”identità” da salvaguardare, sull’impegno a “non rinunciare a dire che cosa non ci piace”, sull’assicurazione che “ci sono ancora molte cose da fare”. Mellifluo sulla flat tax: “Tria ha detto che ci sono i soldi: e allora partiamo, io ci sono”. E anche sulla Tav: “Ci sta lavorando da un mese il presidente del Consiglio”. Ma non è una vera linea politica: è niente.

Certo – come ai tempi della Prima repubblica – la situazione richiede “un vertice di governo”. Capirai. Ma alla fine resta la domanda: perché ha perso milioni di voti? Di Maio non sa rispondere. Non ci sono piani B. Non c’è la famosa autocritica. C’è il vuoto cosmico condito certamente da miasmi e veleni. E così si va avanti navigando a vista. Fino all’irrilevanza.

 

 

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