Il rumoroso silenzio dei puristi della Costituzione sulle forzature gialloverdi

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Perché una porzione così maggioritaria dell’establishment intellettuale e istituzionale ha considerato Renzi un nemico e oggi non si sente, viceversa, minacciata dai grillini?

Nei giorni scorsi, sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco si è chiesto dove siano finiti quei “puristi” della Costituzione che nel 2016 si opposero recisamente e chiassosamente alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, accusata – nientepopodimeno – di “svolta autoritaria”. Oggi – accusa Panebianco – quei puristi (uomini dello Stato, giuristi, professori, opinionisti, sindacati, magistrati, intellettuali organici, scrittori, attori, registi, ecc.) di fronte alle minacce totalitarie dei Cinquestelle – dalla rottamazione del Parlamento all’aggressione al Capo dello Stato – tacciono bellamente. La prima spiegazione del fenomeno – spiega l’editorialista del Corriere – è che questi puristi percepirono Renzi come un nemico; lo stesso, evidentemente, non vale per il M5s.

Resta però aperta una ulteriore domanda. Perché è successo questo? Ovvero: perché una porzione così maggioritaria dell’establishment intellettuale e istituzionale ha considerato Renzi un nemico e oggi non si sente, viceversa, minacciata dai grillini?

Potremmo azzardare alcune risposte.

Lo stile di Renzi rompeva lo schema consociativo

La prima è questa. Per la prima volta nella storia della Repubblica, Renzi aveva adottato un approccio nuovo e imprevedibile nel rapporto con le classi dirigenti. Aveva cioè accantonato quello schema consociativo per il quale chi raggiunge le stanze del potere blandisce comunque i poteri (r)esistenti e li associa alla nuova leadership.

Con la cd. “rottamazione” – termine e pratica certamente poco garbati – il ‘bimbaccio’ ha messo in discussione decenni di abitudini consolidate: non ha convocato i caminetti, non si è piegato alle oligarchie di partito e di palazzo, non ha chiesto consigli a Scalfari, non si è curato dell’opinione degli intellettuali di regime, non si è appoggiato al variegato mondo delle corporazioni incistate negli apparati dello stato e delle grandi organizzazioni consociate, non ha celebrato i riti conformisti che tanto piacciono alle prefiche della sinistra tradizionale.

Questo modo di procedere – normale nella logica maggioritaria anglosassone ma riprovevole nella pratica ‘mediterranea’ che è relazionale e collusiva – è stato percepito come un atto di lesa maestà, un’aggressione bella e buona.

Può sembrare, questa, una spiegazione troppo ‘umana’, ma rappresenta, viceversa, una molla comportamentale, cruciale perché tocca il posto nel mondo che ciascuno detiene, come singolo e come corporazione, e al quale non è disposto a rinunciare. Ma c’è qualcosa di più, una seconda risposta più profonda.

Che risiede in quello che si potrebbe definire il populismo – in alcuni casi inconsapevole – delle classi dirigenti italiane. Vediamo di che cosa si tratta.

Il populismo delle classi dirigenti e la democrazia illiberale

Da Tangentopoli in poi si è affermato uno schema – sostanzialmente populista e illiberale – nel rapporto tra la politica e le classi dirigenti. La politica, sempre più debole e non certo priva di responsabilità, è diventata sempre più il capro espiatorio di qualsiasi problema nazionale. La grande stampa italiana ha sposato il metodo della lotta ontologica contro la casta (nulla a che vedere con quello liberale del watchdog). La magistratura orientata ha vissuto sempre più il proprio ruolo come Santa Inquisizione contro la classe politica corrotta.

I cambi di maggioranza non sono vissuti e narrati come normali passaggi in una democrazia dell’alternanza, ma come rovesciamenti epocali nei quali il popolo si prende la rivincita sui politici corrotti. Non si può certo dire che la politica non abbia contribuito con i suoi comportamenti a questo clima. Ma, di fatto, sul sistema politico-istituzionale è stata costruita una rappresentazione malsana di evidente impronta populista.

Il M5s ha rappresentato così la punta di lancia di questo movimento populista diffuso che si è radicato ovunque: nel sindacato, nella magistratura, nei media, negli apparati dello Stato, ecc. Il M5s è diventato una sorta di angelo vendicatore contro i soprusi del potere, l’interprete di un vento moralista e giustizialista nel quale si è riconosciuto anche il populismo delle classi dirigenti.

Il grillismo è stato l’illusione di un mare democratico in rivolta ispirato alla Costituzione protetta dai presunti soprusi del renzismo. Nel quale sono confluiti anche i fiumi delle subculture storiche italiane – da quella comunista a quella cattolica – comprensivi, però, dei loro detriti illiberali e moralisti. Un movimento rivoluzionario democratico (‘roussoviano’) – ma alimentato da una alterità sostanziale rispetto alla cultura liberale europea e anglosassone – che ha incarnato il revanscismo dei puristi della Costituzione.

Consociazione e statalismo: il conflitto di interpretazioni sulla Costituzione

Queste ultime osservazioni ci conducono all’ultimo rilevante passaggio: che è il conflitto di interpretazioni sulla Costituzione. Probabilmente il motivo più profondo che ha portato i puristi della Costituzione a protestare in modo veemente contro la riforma del Pd e che li porta a tacere oggi.

A mio avviso, i puristi della Costituzione esprimono una interpretazione organicistica e – di fatto – ‘sovranista’ della Carta fondamentale. In sostanza, nella loro idea, la Costituzione è la garante di una democrazia proporzionalistica e consociativa fondata sui partiti e il fondamento di uno Stato omnipervasivo e dirigista titolare di tutti gli strumenti necessari per il perseguimento di obiettivi di uguaglianza socioeconomica sostanziale.

Il problema è che negli anni questo modello interpretativo si è rivelato inefficace perché, da un lato, ha prodotto un sistema politico-istituzionale frammentato e governi deboli incapaci di realizzare le policies; dall’altro, la consociazione partitocratica unita alla perversione di uno Stato attore dell’economia (sovraccaricato di compiti di gestione) hanno provocato l’esplosione della spesa pubblica improduttiva, la moltiplicazione del lavoro pubblico inefficiente, l’alimentazione di rendite di posizione, corporazioni iperprotette e sacche di privilegio.

Tutto ciò nel quadro di una sovranità nazionale e statale ideale che, nel tempo, si è via via ridimensionata grazie alla progressiva importanza assunta sul piano comunitario dalle istituzioni europee che l’Italia ha contribuito a promuovere.

Si è creato, alla lunga, un cortocircuito. Il proposito di continuare a fare all’italiana – mantenendo un sistema politico-istituzionale debole e uno statalismo programmaticamente dirigista ma sostanzialmente inefficiente – senza avere più la capacità e le risorse per farlo: insomma, un colosso dai piedi d’argilla che oggi sa di non poter più promettere posti di lavoro statali ma finge di poter offrire redditi di cittadinanza e pensioni.

La scelta europeista e liberale contro i sovranisti della Costituzione

L’Italia avrebbe dovuto adeguarsi al resto d’Europa (e dei paesi europei più avanzati) con una riforma costituzionale capace di superare i vecchi vizi italici, garantendo maggiore rapidità di decisione ed efficacia dei risultati e liberando energie e risorse (capitale umano e sociale, capacità d’impresa) per superare il fardello di uno Stato burocratico. Ha prevalso, viceversa, il purismo della conservazione.

Com’è noto, i puristi della Costituzione manifestano una venerazione religiosa nei confronti della Carta, ma la gran parte di essi appare molto meno sensibile alla dimensione europea della sovranità costituzionale. E, insofferente nei confronti dell’obbligo (europeo) di pareggio di bilancio, non si strappa certo le vesti nei casi di aumento della spesa e del debito pubblico a danno dei risparmiatori, non esprime una particolare sensibilità verso l’allargamento della sovranità europea.

In sostanza, esprime una interpretazione ‘sovranista’ della Costituzione: l’idea cioè di uno stato nazionale tradizionale che mira al raggiungimento di risultati ispirati all’egualitarismo tramite gli strumenti della mano pubblica (in particolare, tassazione e spesa), ma che mostra insofferenza nei confronti di quei vincoli europei che in realtà ha contribuito a creare e che (alla luce proprio della Costituzione) hanno essi stessi vincoli il valore di norme costituzionali cogenti.

Su questo crinale tra sovranismo vetero-costituzionale e liberalismo neo-europeo – un paragrafo del più ampio capitolo del conflitto tra società chiusa e società aperta – si giocherà pertanto il dibattito italiano dei prossimi mesi.

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