La battaglia di papa Bergoglio contro l’ideologia della paura

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Perché la Chiesa di Francesco è agli antipodi di quella di xenofobi e razzisti anche di casa nostra

C’è una grande battaglia culturale, spirituale politica, che papa Francesco sta conducendo ormai da tempo: è lo scontro non-violento quanto decisivo nella sostanza, contro l’ideologia della paura. Il punto di caduta principale – ma non l’unico – di questa contesa si gioca intorno alla questione delle migrazioni. Il migrante è per definizione il diverso, l’estraneo, il portatore di altre fedi, usanze e culture, ma anche – e in molti casi soprattutto – il povero, quello che cerca lavoro, che ’ruba’ spazio, risorse e occupazione a ‘noi’ italiani, austriaci, francesi, inglesi e via dicendo, almeno nella vulgata delle destre nazionaliste e anti-politiche che mirano in realtà alla conquista del potere in tutta Europa.

Ancora una volta, domenica, nel corso della messa celebrata nella basilica di San Pietro, alla presenza anche di tanti migranti accompagnati dalla Comunità di Sant’Egidio come del Centro Astalli, Francesco ha toccato questo tema così centrale e lo ha fatto distinguendo accuratamente i piani: da una parte comprendendo i timori dei Paesi di arrivo e mettendo allo stesso tempo all’indice la paura-ideologia che vuole condizionare le scelte politiche e civili.

“…Non è facile – ha affermato in tal senso Francesco – entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così spesso rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci”.

“Le comunità locali, a volte – ha aggiunto – hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito, ‘rubino’ qualcosa di quanto si è faticosamente costruito. Anche i nuovi arrivati hanno delle paure: temono il confronto, il giudizio, la discriminazione, il fallimento”.

Tutte queste paure, ha rilevato Francesco, “sono legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano. Avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto. Il peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, con il diverso, con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata di incontro con il Signore”.

Quella scattata dal Papa è una fotografia delle condizioni in cui si vive oggi in molte regioni d’Europa, comprese l’Italia. La difficoltà dell’incontro, la paura – tanto più forte in una stagione di crisi sociale così profonda – è motivata, anche per chi arriva, ma non può e non deve condizionare le scelte pubbliche e civili, la politica, il rischio infatti è quello di costruire società fondate sull’odio e sul rifiuto.

Il Papa, che più volte ha richiamato le nazioni a impegnarsi per superare le ingiustizie, le diseguaglianze che si trovano all’origine di una parte significativa del fenomeno migratorio, ha compiuto nell’omelia pronunciata per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, un altro passo nell’indicare una prospettiva alternativa ai propalatori di nazionalismo xenofobo, paura, disprezzo per altro, razzismo.

Ha infatti affermato il principio di una reciprocità positiva fra nuovi arrivati e comunità d’accoglienza. “Nel mondo di oggi – ha osservato Francesco – per i nuovi arrivati, accogliere, conoscere e riconoscere significa conoscere e rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti. Significa pure comprendere le loro paure e apprensioni per il futuro. Per le comunità locali, accogliere, conoscere e riconoscere significa aprirsi alla ricchezza della diversità senza preconcetti, comprendere le potenzialità e le speranze dei nuovi arrivati, così come la loro vulnerabilità e i loro timori”.

Se questo è il piano culturale e sociale del problema, sul piano legislativo non a caso la Chiesa si è espressa ripetutamente a favore di quel provvedimento sullo ‘ius soli’, o meglio ‘ius culturae’, tanto discusso e contestato dalle forze politiche più conservatrici del Paese; una legge che avrebbe invece cominciato a dare una cornice giuridica certa a questa reciprocità fatta di diritti e doveri a partire dalle nuove generazioni, cioè dai bambini e dai ragazzi che già frequentano le nostre scuole. D’altro canto, la sfida, su questo terreno rimane aperte per il futuro Parlamento che sarà chiamato una volta di più a scegliere fra odio e discriminazioni, e – all’opposto – inclusione, allargamento della cittadinanza, costruzione di una società aperta e più ricca, culturalmente ed economicamente.

Di certo, l’ultimo decennio di crisi economica iniziata nel 2008, che ha colpito duramente il vecchio continente, e poi l’allargarsi di conflitti dal Medio Oriente all’Africa sub-sahariana, le conseguenze in Asia e in Africa dei cambiamenti climatici, hanno generato una miscela esplosiva che ha dato munizioni preziose al pensiero reazionario e ai fautori dello scontro di civiltà.

La povertà ha infatti generato flussi migratori che hanno spaventato società del nord del mondo colpite a loro volta gravemente dalla contrazione del lavoro e dei salari degli ultimi anni. In questo contesto la voce di papa Francesco si è levata per fermare lo spettro delle chiusure, dei muri o dei fili spinati, dell’odio, e per mantenere aperta la prospettiva di una risposta positiva alla crisi contemporanea costruita sulla solidarietà, ma pure basata sulla collaborazione fra Stati, sulla cooperazione economica internazionale, sul rispetto dei Paesi più poveri e soprattutto su un modello di sviluppo che guardasse al lavoro, alle nuove imprese ‘green’, alla rinuncia a un modello predatorio a livello finanziario o ambientale.

La risposta del Papa è anche e fondamentalmente spirituale, cristiana, quando parla di “una preghiera reciproca: migranti e rifugiati pregano per le comunità locali, e le comunità locali pregano per i nuovi arrivati e per i migranti di più lunga permanenza”. E’ un cristianesimo che s’incarna nella storia, secondo i principi del Concilio Vaticano II, che riscopre la sua universalità legata alla pari dignità di ogni essere umano senza perdere, al contempo, le radici di ciascuno, la storia e la biografia dei popoli e delle comunità intese come componenti di una materia viva, non cristallizzata e rinchiusa all’interno di un mitico quanto inesistente passato perduto e pre-moderno, ma capaci di essere motore di un reciproco arricchimento e di un cambiamento del mondo.

Su questo piano, cioè sulla riscoperta di una fede in movimento, attiva nella storia, non c’è dubbio che Francesco abbia incontrato l’ostilità di esponenti politici come il leghista Matteo Salvini in Italia o Marine Le Pen in Francia. Questi leader, seguiti da una galassia di gruppi neofascisti e fondamentalisti cristiani europei e americani, avevano puntato le loro carte su una Chiesa identitaria chiusa, su una croce simbolo nostalgico della battaglia di Lepanto, strumento ideologico da brandire come un’arma a difesa di una razza, di un popolo, di una nazione.

Si sono trovati invece di fronte il Papa figlio di migranti che ha guardato al proprio tempo e al futuro ponendo al centro della fede le grandi questioni degli esclusi, delle periferie del mondo, delle misericordia, di un’economia riscritta in chiave umanistica e sociale, del lavoro per i giovani. Lo scarto, e il disappunto, fra il modello del cattolicesimo ultra-nazionalista e lo sguardo rivolto a un’umanità accettata e accolta nelle sue differenze proposto dalla Cattedra di Pietro, non potevano essere più grandi.

 

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