Il paradosso classista di chi dimentica gli esclusi

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Le politiche sociali, compresi i singoli provvedimenti, perseguite dai qualunquisti e populisti a 5 Stelle non hanno nessuna distinzione, se non in peggio, dalle insopportabili ricette, classiste e punitive dei più deboli, dell’estrema destra sociale

Il messaggio micidiale, falso e pericoloso, che e’ passato in settori della sinistra è questo: le politiche  populiste, per i loro contenuti sociali, securitari e di protezione, parlano alla nostra gente, alle fasce più popolari, ai territori più disagiati, agli “esclusi”. E’ una gratuita concessione. Falsa e immotivata. All’assemblea nazionale del Pd qualcuno si è spinto a confessare diffidenza e imbarazzo, in ragione di questo gratuito riconoscimento ai populisti, circa le possibilità e plausibilità della futura opposizione del Pd alle politiche sociali del governo che si appresta.

Sarà “difficile”, ha sostenuto Andrea Orlando, opporsi a contenuti del programma sociale dei 5 Stelle “che segnalano istanze e soluzioni che parlano alle “fasce più popolari”, agli esclusi. Si tratta, veramente e mi si perdoni, di un sorprendente abbaglio. Il prossimo (se mai ci sarà) non è solo il governo più reazionario possibile. Ma, anche, quello che fa intravedere un pesante regresso sociale e, per usare categorie antiche, un indiscutibile impronta di classe. E non è vero, ad essere onesti, che il segno antipopolare, regressivo, di ineguaglianza e socialmente odioso delle politiche promesse da questo governo è attribuibile solo alla destra di Salvini. Anzi.

Negli aspetti di merito della politica sociale, della politica industriale e del lavoro, l’impronta socialmente regressiva dei 5 Stelle e’ uguale, se non maggiore, a quella dell’estrema destra leghista. Davvero qui i due populismi pari sono. Tralasciamo pure il carattere antipopolare delle politiche che allarmano all’estero (deficit, conti pubblici, stabilità monetaria, debito ecc). Salvini e Di Maio le presentano, sfacciati, come imposizioni e pretese di Bruxelles e dei trattati.

Noi non facciamo abbastanza per segnalare questa bugia. Le ricette populiste, che allarmano all’estero, sono sbagliate in se’ e, soprattutto, con conseguenze sociali penalizzanti dei più deboli, degli esclusi.  Rispetto ad iniziali illusioni di correzione della tara anti europeista dei programmi populisti (non solo di quelli della Lega) oggi dilaga la preoccupazione. L’Italia potrebbe imboccare, con l’applicazione integrale dei propositi sociali del contratto di governo, un tunnel sudamericano- sul deficit, sul debito pubblico, sulle politiche di spesa- che, in tre anni si calcola, porterebbe fuori controllo i conti italiani. Ma, quel che più interessa, comporterebbe correzioni, misure di emergenza, provvedimenti da “economia di guerra” che colpirebbero, ovviamente, le fasce di popolazione più deboli. E’ a quel punto, si teme, che una situazione disperata, di spirale del  deficit e del  debito, potrebbe indurre la tentazione di forzare la disciplina monetaria e immaginare la scorciatoia dell’autarchia e della fuoriuscita dall’Euro. E’ l’illusione che fu del primo Syriza conclusasi con la catastrofe economica, bancaria e sociale. E con la falcidia sociale dei più deboli. Finita ad invocare poi, come salvezza a quel punto, il disciplinamento (costoso) e il commissariamento europeo. Sarebbe peggio, nel nostro caso, del 2011 e dell’austerità che ne consegui’. E non sarebbe colpa dell’Europa. No. Come la Grecia insegna, sarebbe colpa dell’ignavia sociale delle politiche populiste. E della loro essenza classista: portano all’emergenza economica, al dissesto monetario, al dramma delle spesa pubblica fuori controllo e, conseguentemente, all’austerità che si abbatte in  primis sulle fasce più popolari (pensionati, sanità, disoccupati, piccoli risparmiatori). Non e’ colpa di Bruxelles. Non basta? Si vada al merito del programma sociale del governo. E’ quello su cui il segno, regressivo e di classe, dei 5 Stelle è persino piu’ marcato: l’avversione allo sviluppo, alla crescita, alla difesa e allargamento della base industriale. Addirittura un segno identitario, di valore, distintivo per il Movimento che nasce e si nutre di un dogma antindustriale.

Il peso dei 5 Stelle è decisivo (molto più che quello della Lega) nel conferire l’intonazione depressiva, stagnazionistica, clamorosamente anti sviluppo, del programma di governo. L’assenza di ogni proposito, politica, misura attiva per una crescita degli investimenti, del loro volume,  qualita’ e indirizzo, settoriale e territoriale ( politiche per il Sud ) accoppiata alle allarmanti minacce di tagli e chiusure ( Tav, Ilva ecc), al fastidio verso le grandi infrastrutture, delineano un’indirizzo di decrescita che si minaccia molto infelice per le fasce e i territori ( il Mezzogiorno) più deboli. Per i quali si delinea un arretramento delle politiche del lavoro e dell’occupazione e un ritorno clamoroso delle politiche del passato- spesa pubblica improduttiva e sussidi- quelle che hanno aumentato i divari. Chi pagherà il prezzo sociale di questo spostamento di asse (dalla politica del fare a quella del non fare) rispetto ai governi Pd incentrate, all’opposto, sui provvedimenti selettivi di spesa ( incentivi, normative autorizzative, facilitazioni fiscali) e di accompagnamento agli investimenti( pubblici e privati)? E’ ovvio: il Mezzogiorno e la popolazione meno protetta, gli esclusi ( per dirla con Orlando). E per politiche che portano il segno dei 5 Stelle, ancor piu’ della Lega nordista. Infine: dove sarebbe, compagni della minoranza Pd, il segno progressista, socialmente accettabile, di “protezione degli esclusi” dei singoli provvedimenti proposti dai populisti e dai 5 Stelle? E’ vero l’opposto.

Andrea Orlando ha paventato un imbarazzo nostro nell’opporci agli attacchi alla legge Fornero. Ma quale imbarazzo? Avete letto cosa propongono al posto della legge Fornero? L’ha letto e meditato la Cgil che plaude alla cancellazione della Fornero? Si  propone una soluzione socialmente odiosa: verrebbero facilitati, nell’uscita anticipata dal lavoro, le fasce più forti ( gli inclusi ), quelli con più elevata anzianità di contribuzione. In cambio si prosciugherebbe definitivamente il fondo che dovrebbe poi pagare  le pensioni dei giovani, quelle delle fasce con minori contributi, dei lavoratori disagiati. Si sarebbe costretti per anticipare (di poco) le uscite dei più protetti (da anzianità di lavoro e contributi versati ) a cancellare la seria di innovazioni della legge Fornero dei governi del Pd che si muovevano in direzione del trattamento delle fasce più deboli ( Ape sociale, lavori usuranti, fasce a debole contribuzione, donne ecc). Non parliamo del reddito di cittadinanza (anche nella sua attuale versione annacquata, per tenere il principio): le risorse per pagarlo andrebbero sottratte, ovviamente, a quelle che incentivano, in alternativa, l’utilizzo del Jobs Act (decontribuzioni, incentivi fiscali, sostegni al tempo indeterminato di assunzione) e la riforma dei sussidi di disoccupazione o del Rei avviata dei governi Pd.

In che senso, compagno Orlando, le politiche di sussidio e del non lavoro sarebbero socialmente più eque e da preferire al Jobs Act? Davvero incomprensibile. Insomma: la patente di “protezione” sociale e di supposto segnale del disagio degli esclusi, attribuita da alcuni a sinistra, alle politiche dei 5 Stelle sia una gratuita concessione e una colossale mistificazione. Per giustificare una profferta politica. Insana e letale. Non solo per il Pd e la sinistra. Ma, in primo luogo, per gli esclusi, per la fasce più deboli.

Le politiche sociali, compresi i singoli provvedimenti, perseguite dai qualunquisti e populisti a 5 Stelle non hanno nessuna distinzione, se non in peggio, dalle insopportabili ricette, classiste e punitive dei più deboli, dell’estrema destra sociale. Questo blocco va combattuto e battuto insieme. In nome degli esclusi.

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