“Vocazione maggioritaria, più che mai”. Parla Arturo Parisi

Focus

L’ideologo dell’Ulivo a Democratica: Non basta chiamarsi “compagni”, si deve davvero allargare il partito. Salvini? Alla lunga anche lui può smarrire la misura

Professor Parisi, prima di tutto mi rivolgo allo studioso della politica, perché nell’ultima Direzione del Pd si è molto parlato di “vocazione maggioritaria”, una strategia che era stata un po’ rimessa nel cassetto con il ritorno al sistema proporzionale. Ha un senso riparlarne? E’ possibile la vocazione maggioritaria in un quadro proporzionale? Qual è la sua opinione?

Anche se può sembrare paradossale è proprio in un quadro proporzionale che si deve riproporre il tema della vocazione maggioritaria. Più che mai. Non farlo equivale alla resa a un quadro che spinge ognuno a individuare la sua porzione di società per rivendicarla come una posizione di rendita.  Riproporre la vocazione maggioritaria è un dovere almeno chi riconosce che il centro e l’approdo della politica è il governo e non la semplice rappresentanza, la soluzione dei problemi e la loro agitazione. Un dovere ripeto. Altra cosa è il potere. Ricorda per caso il lutto che dichiarai in occasione della celebrazione del decennale di fondazione del Pd, e della esplosione di pacche ed abbracci con la quale salutammo alla Camera l’approvazione del Rosatellum come fosse la nostra vittoria? Ebbene, io sono ancora a lutto. A lutto stretto.

Le faccio una domanda più diretta: il Pd deve avere più l’ossessione di rappresentare, lui, la maggioranza o deve avere quella delle alleanze?

L’ossessione da difendere e alimentare è quella della costruzione di una maggioranza che consenta e sostenga un governo guidato dall’impazienza e dalla speranza in una democrazia progressiva. Una maggioranza da costruire non nelle nostre fantasie ma inevitabilmente nelle condizioni date. Quelle date dalle nostre stesse scelte ed errori passati e dai nostri limiti presenti. Meglio un partito aperto che uno chiuso, meglio in compagnia che soli. Quello che conta è muoversi nella direzione giusta. Puntare in modo credibile ad un governo di alternativa. E riuscire a renderlo evidente. Presto.

Ma la scommessa di tenere insieme varie correnti del riformismo italiano è stata raggiunta? O comunque, malgrado tutte le difficoltà, è ancora valida? Insomma, “tiene” il Pd come partito unitario del riformismo o bisogna tornare allo schema dei due partiti, uno di sinistra e uno “liberale”?

È già molto che sopravviva la consapevolezza del problema. Di certo la sola questione che vedo rivisitata sui giornali ogni giorno della necessità di dare al Pd un fratellino veda lei se di “centro” “moderato” o “liberale” amplifica e rafforza l’idea che il Pd non vuole o non può essere altro che un partito di “sinistra”. Basterebbe peraltro da sola la moltiplicazione di inviti a dirci “sinistra” e non più “centrosinistra” per misurare quanto è il cammino che abbiamo fatto. Indietro.

Cioè, lei vede un certo ritorno alla sinistra che fu…

Di certo chiamarci l’un l’altro “compagni” può riscaldare i cuori e farci sentire ritornati a casa. E ancor di più accadrebbe se potessimo cantare a gola piena l’antico canto dell’Internazionale. Ma intanto nelle survey quelli che dicono di riconoscersi nella identità di “sinistra” diventano una minoranza ogni giorno più piccola. Non si tratta di ridefinirci in modo tale da tenere assieme a quella predominante anche le altre correnti del riformismo, ma di fare finalmente spazio al nuovo che troppo a lungo abbiamo lasciato crescere fuori delle porte di un partito che avevamo proposto come nuovo e non come semplice continuazione o aggregazione di quelli passati.

Professore, un’altra cosa che dicono i dirigenti del Pd è che bisogna intercettare i delusi del M5s. Secondo lei la crisi del Movimento è irreversibile? E il suo elettorato può guardare al Pd, dopo anni di polemiche violentissime?

La crisi dei 5S è sotto gli occhi di tutti. Che sia assestamento o dissoluzione lo vedremo nel tempo. Quello che penso è che gli elettori grillini sono scesi in campo soprattutto contro di noi, e tanto più a noi contrari quanto a noi più vicini. Prima si abbandona l’illusoria pretesa che si tratti di voti “nostri” usciti dal nostro recinto in cerca di avventure e meglio è. Niente ritornerà come prima.

E qui mi rivolgo più specificamente all’uomo politico. Secondo lei, Salvini ha interesse a far cadere il governo oppure gli conviene andare avanti con una situazione in cui è di fatto il “dominus” assoluto?

In politica al massimo uno può scegliere la direzione e la strada. Che cosa e quando accada solo in piccola parte dipende da lui. La direzione di Salvini, ora chiara a tutti, è quella di massimizzare il potere leghista, annunciando un dissenso ulteriore per accrescere il consenso acquisito. La strada è quella di tendere al massimo le reti per raccogliere i frutti caduti dai giovani alberi scossi dai 5S, o lasciati cadere da quelli ormai rinsecchiti di Berlusconi. Non so quanto potrà tirarla alla lunga. Anche lui prima o poi potrebbe sbagliare la misura.

 

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