Riduzione del numero dei parlamentari: tutti controsensi del governo

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Non pensiamo che la maggioranza debba per forza riconoscere come valide queste obiezioni, ma il Parlamento degno esiste perché le tesi di chi è in minoranza possano comunque essere esposte e votate

Martedì, mercoledì e giovedì la Commissione Affari Costituzionali dovrebbe discutere e deliberare sul testo che proviene dal Senato che riduce i deputati a 400 e i senatori a 200. Non abbiamo ovviamente una contrarietà di principio: la riduzione del numero era contemplata anche dalle nostre proposte storiche, dall’Ulivo del 1996 fino alla riforma bocciata dal referendum nel 2016.

Né siamo preoccupati che si riformi troppo, ma piuttosto che si riformi poco e male. Non è detto che si estrae un tassello che ha senso in un contesto esso mantenga da solo il suo significato.

Mi limito a segnalare tre questioni di fondo, al netto di altre, più tecniche che comunque vi sarebbero, come il peso eccessivo che vengono ad avere i delegati regionali per eleggere il capo dello Stato, dato che il loro numero a differenza di quello dei parlamentari, non si riduce.

In primo luogo: ha senso toccare i numeri di chi è eletto senza toccare i numeri di chi elegge? Sette classi di età, da 18 a 25 anni, non votano al Senato. Un problema non solo per loro, che così sono cittadini dimezzati, ma anche per la razionalità del sistema: è così altamente probabile che, anche con leggi elettorali identiche, si producano maggioranze diverse. Ci si risponde: siamo d’accordo ma facciamolo dopo. Che senso ha? Le due questioni sono strettamente collegate.

In secondo luogo: a legge elettorale invariata i collegi uninominali finiscono per crescere di un terzo, superando anche il milione di abitati e rendendo così del tutto labile il rapporto tra eletti o elettori, cosa che rappresenta la loro giustificazione. Si produce così un deficit di rappresentanza. A questo punto, se si riduce il numero, tanto vale o eleggerli in gran parte in collegi uninominali oppure rinunciare del tutto a quello strumento. Non ha senso mantenerlo svuotandone la ragione.

In terzo luogo: ci rendiamo conto che riducendo il Senato, eletto a 200 membri su base regionale, in realtà i sistemi si allontanano perché il Senato nelle regioni medio-piccole diventa molto meno proporzionale a differenza della Camera, con sogli di sbarramento regionali effettive superiori al 10? Risultati incoerenti diventano molto più probabili. Non converrebbe allora prendere due decisioni entrambe logiche: o stabilire lo stesso numero di 315 per entrambe le Camere oppure, come in altre grandi democrazie europee, mantenere la sola prima Camera col rapporto di fiducia e un numero elevato di rappresentanti e la seconda con ma effettivi rappresentanti del sistema delle autonomie? E questo tanto più nel momento in cui la vicenda dell’autonomia differenziata si rivela insolubile con accordi politici separati tra Governo nazionale giunte regionali. In subordine, non varrebbe almeno la pena, in un Senato ridotto, di inserire i Presidenti di Regione in relazione alle decisioni in cui si possono produrre conflitti che altrimenti scaricano alla Corte costituzionale?

Dov’è però il punto in questa fase?

Noi non pensiamo che la maggioranza debba per forza riconoscere come valide queste obiezioni, in tutto o in parte, ma un Parlamento degno di questo nome esiste perché le tesi di chi è in minoranza possano comunque essere esposte e votate. Al Senato così non è stato: con la scusa, in questo caso piuttosto risibile, delle riforme parziali, si è sostenuto che non fossero ammissibili per estraneità di materia emendamenti sull’elettorato e sulle funzioni. Una tesi surreale: il numero dei parlamentari sarebbero una variabile indipendente rispetto a chi vota e al lavoro che debbono svolgere.

Se questa ingiustificabile forzatura dovesse prodursi il nostro atteggiamento sarà fin da subito di contrarietà totale e ci appresteremmo, dopo il voto dell’Aula, a un più che motivato ricorso alla Corte costituzionale, anche sulla base della recente ordinanza della Corte medesima, a tutela delle prerogative costituzionali dei parlamentari.

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