Parte la corsa per le presidenziali 2020. Una battaglia serratissima

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La strategia di Trump (che ha egemonizzato il partito repubblicano) e quelle dei democratici dopo le elezioni di midterm

Il bello e il brutto della politica americana è che la campagna elettorale non finisce (praticamente) mai. In particolare, quando un presidente viene eletto per la prima volta, sa che lo aspettano due elezioni che si trasformano, inesorabilmente, in due referendum sulla propria persona, le prime elezioni di midterm e quelle per la rielezione, quattro anni dopo la prima. Se passa indenne queste forche caudine, lo attendono quattro anni un po’ più tranquilli, in cui a fare campagna elettorale sono soprattutto gli avversari, sempre che abbia la maggioranza per governare. E’ successo a tutti i presidenti che si sono succeduti finora alla Casa Bianca, succede anche (anzi, a maggior ragione) con Donald Trump.

La campagna elettorale per le presidenziali del 2020, che si preannunciano combattute e incerte, è iniziata ieri, alle 17,30 ora italiana, quando Donald Trump ha convocato i giornalisti alla Casa Bianca e ha messo in mostra uno dei suoi show più peculiari. Bastone e carota, prima aprendo alla collaborazione con i democratici guidati da Nancy Pelosi, e poi sparando a zero contro chi volesse fargli la guerra sul Russiagate. Un po’ come due anni fa, quando, dopo la sua elezione, ebbe parole dolci sia per Barack Obama che per Hillary Clinton, prese a male parole e mediaticamente annientati per tutta la campagna elettorale e poi anche dopo.

“Se voi indagate su di me, allora vi scateno contro l’intelligence”. Questa la ‘velata’ minaccia rivolta dal presidente ai democratici, stuzzicati dall’idea di aprire la procedura di impeachment nei suoi confronti, ora che hanno la maggioranza alla Camera. Con qualcuno, che non siede al Congresso e non fa parte dell’ala liberal, è già passato dalle parole ai fatti: il suo segretario alla Giustizia Jeff Sessions è già stato costretto a dimettersi, colpevole di non essersi prestato a controllare, insabbiare o sabotare l’inchiesta sul Russiagate. Inchiesta che, vale la pena di ricordare, riguarda le pesanti interferenze russe che avrebbero condizionato in maniera determinante la corsa alle presidenziali del 2016, penalizzando pesantemente Hillary Clinton. E il prossimo epurato potrebbe essere il superprocuratore Roberto Mueller.

Insomma, è un Trump che crede davvero di aver vinto le elezioni di midterm e che vuole lanciare dei messaggi che hanno il sapore di prove di forza, come dimostra anche la brutta scena dello scontro con il giornalista della Cnn Jim Acosta. E questo potrebbe essere il suo grande errore in vista dell’appuntamento del 2020. E’ vero che l’azzardo di The Donald (che ha drammatizzato lo scontro, portandolo prevalentemente su di lui o contro di lui) ha pagato al Senato, ma è altrettanto vero che le elezioni, in realtà, le ha perse. E anche abbastanza nettamente. Della Camera, che dopo quattro anni torna sotto il controllo democratico, si è già detto. Sul Senato, andando ad analizzare i dati, si nota che il voto popolare è decisamente spostato a sinistra, contro quasi 10 milioni di voti in più rispetto ai conservatori. Per non parlare delle sfide per i governatori, con i dem che hanno strappato sette stati ai repubblicani, fattore non di poco conto in vista della definizione dei collegi elettorali, tanto determinanti per l’esito delle elezioni presidenziali. E’ vero, sono state centrate alcune vittorie chiave, su tutte quella in Florida. Ed è altrettanto vero che Trump è riuscito a limitare i danni. Ma da qui a parlare di vittoria – come fanno in verità anche molti, insospettabili, giornali italiani – ne passa.

Ma se tutto questo è corretto, è altrettanto incontestabile che la strada, per i democratici, è tutt’altro che in discesa. La scelta della leadership sarà determinante. Un nome su tutti: Beto O’Rourke, 44enne texano che rimane in pole position per la nomination. Paradossalmente la sua corsa potrebbe essere lanciata da una sconfitta. Aver conteso il seggio del Senato nel suo Stato ad un colosso repubblicano come Ted Cruz, portandolo al fotofinish, vale come una vittoria. Tanto che in Iowa e New Hampshire, i primi Stati dove si celebreranno le primarie democratiche, lo aspettano già a braccia aperte. “Non c’è nessuno ai suoi livelli tra i democratici – racconta a Politico.com Jeff Roe, capo stratega di Ted Cruz – non vorrei essere nei panni di chi lo sfiderà in Iowa tra 453 giorni”. Benché non abbia ancora annunciato la sua corsa, O’Rourke sembra dunque già della partita. Così come potrebbero esserlo Elizabeth Warren, Kamala Harris e Andrew Cuomo.

Ciò che risulterà determinante, chiunque sia il candidato, sarà la capacità di tenere insieme le due anime del mondo democratico americano: quella radicale, liberal e cosmopolita delle coste (da New York a San Franciso) e quella più moderata e conservatrice dell’America profonda, che combatte il trumpismo nella trincea di provincia. Le possibilità di riscrivere la storia passano anche da qui.

 

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