Partiamo dai nostri valori condivisi

Focus

Serve rispetto per una larghissima comunità di persone che non merita, in un momento drammatico, una classe dirigente da operetta

Parto dalla fine: quello che serve è l’essenziale. Capire che in questa fase storica, con le nubi scurissime che avanzano sulla linea dell’orizzonte, il compito a cui siamo chiamati è soltanto quello di unirci intorno a una base di valori condivisi: l’antifascismo, la democrazia rappresentativa, la separazione dei poteri, l’indipendenza delle autorità di garanzia, la libera stampa. E poi: il lavoro, l’Europa, la pace, la crescita sostenibile, il valore sociale dell’impresa, la trasparenza dei mercati. E ancora: la non violenza, il rispetto, l’inclusione, l’uguaglianza, la parità. E ancora l’autorità dei fatti, della competenza, della scienza, della razionalità. Tutto il contrario di ciò che il governo sovranista gialloverde predica e fa. Questo siamo noi: i democratici. Non solo, si badi, “noi” nel senso degli iscritti al Partito democratico, ma “noi” in quanto popolo che si riconosce nella lettera e nel spirito della Costituzione repubblicana. La Costituzione, la nostra religione laica.

Questo siamo e questo basta. Oggi non ci serve altro che collegare questo pensiero con la nostra azione, comprendere che tutto il resto è sovrastruttura. Qualcuno ha detto che oggi a sinistra c’è un popolo, ci sono gli elettori, ma non c’è un partito. Io non penso che sia così. Penso che di partito ce ne sia anche troppo: non nel senso dell’attività, della militanza e dell’elaborazione delle idee, purtroppo. Ce n’è troppo come rumore di fondo, come politica “politicata” e non vissuta. Come discussione sulle regole e sul potere che si incarta su se stessa e perde di vista, appunto, l’essenziale. In fondo basterebbe utilizzare un setaccio e rendersi conto che al netto di tutto questo il corpo è vivo e scalcia, che siamo “alive and kicking”, come dicono gli inglesi.

La scorsa settimana il gruppo democratico alla Camera ha combattuto anche fisicamente per rappresentare i valori per i quali i nostri elettori – meno di un tempo, ma ancora molti milioni di italiani – ci hanno voluti in Parlamento: davanti a norme che consegnano l’Italia della ricerca scientifica e del pensiero filosofico a un’Italietta oscura e misera, schiava della superstizione e della magia, davanti a norme che derubano le nostre città del decoro e della sicurezza che meritano in egual misura dal centro alla periferie, le deputate e i deputati democratici si sono passati il testimone per ore, giorno e notte, facendo un’opposizione civile nei toni ma nella sostanza durissima. Adamantina, per durezza e luce.

L’Italia invece, ahinoi, parla interamente del nostro rumore di fondo. Le scadenze congressuali, le alleanze, le modifiche statutarie. L’incredibile vicenda degli inviti a cena. Molto meno di quello che siamo noi come comunità, sicuramente infinitamente meno di quello che sono i valori che tengono insieme le persone che con insospettabile pazienza ancora guardano a noi. Dovremmo essere all’altezza della nostra gente, delle loro speranze, delle loro preoccupazioni: a partire da chi tra noi ha maggiore autorità e visibilità.

Più si è visibili e autorevoli e più sarebbero richiesti continenza, disciplina, rigore. Rispetto per una larghissima comunità di persone che non merita, in un momento drammatico, una classe dirigente da operetta. Prima di ogni parola, e prima di ogni tweet, sarebbe opportuno pensare due volte almeno.

Il gruppo alla Camera ha difeso l’essenziale perché per i nostri bambini nelle scuole, e per i nostri ragazzi nelle periferie, ha lavorato col cuore. Come la volpe di Saint-Exupéry: “È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Se usciamo da questa ore di follia non avremo bisogno di uno psichiatra, come a qualcuno è scappato di dire. Tornando all’essenziale, avremo al massimo bisogno di un cardiologo. Amare la nostra comunità come noi stessi e il nostro Paese più di noi stessi, e comportarci di conseguenza.

Il problema, amici e compagni, è tutto là.

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