Come il partito di Di Maio ha distrutto il Movimento 5 Stelle

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5 stelle di maio

Cosa resta del Movimento 5 Stelle nel partito di Di Maio? La risposta è facile: niente.
Tutte le stelle sono cadute l’una dopo l’altra e non è perché ci avviciniamo alla notte di San Lorenzo.

Cosa resta del Movimento 5 Stelle nel partito di Di Maio? La risposta è facile: niente.
Tutte le stelle sono cadute l’una dopo l’altra e non è perché ci avviciniamo alla notte di San Lorenzo.

Il partito di Di Maio, saldamente incistato nella pelle ultrasovranista di Salvini, nel giro di un anno è riuscito a fare tabula rasa dei valori, dei principi e degli obiettivi della forza politica che lo ha portato al governo. Non è la solita trasformazione da partito di opposizione a partito di governo.

Qui c’è il totale fallimento di un leader politico, privo di qualsiasi esperienza di governo, smarrito tra promesse mirabolanti e resa dei conti con la realtà, ormai disposto a tutto pur di rimanere in sella e di spostare un po’ più in là il tonfo definitivo.

Quali sono gli errori madornali di Di Maio?

Primo errore. Non aver saputo usare le leve di potere e di governo acquisite dopo il 4 Marzo per introdurre politiche efficaci di riduzione delle diseguaglianze e di creazione di lavoro. Se hai in mano dicasteri di serie A come occupazione, welfare, infrastrutture e sviluppo, e se nello stesso tempo perdi più della metà dei consensi vuol dire o che le politiche sono sbagliate o che sono sbagliati gli uomini (Toninelli che fa firmare a un suo dirigente il si alla Tav ci è o ci fa?). Che le politiche siano sbagliate lo si è visto da tempo. Il reddito di cittadinanza ha molte meno richieste del previsto e più che un aiuto ai poveri è l’ennesima misura assistenziale per aspiranti navigator che finalmente troveranno un posto di lavoro (per se stessi), zavorrando ancora di più le pubbliche amministrazioni regionali.

Secondo errore: lo stravolgimento di tutti i valori fondativi dietro l’alibi della riorganizzazione. Per un attimo abbiamo sperato che il mandato zero fosse un meme o un tweet del Lercio, invece era vero. Per capirci, tu fai un mandato di 5 anni in comune presentando ordini del giorno, risoluzioni, votando a piè sospinto, poi scopri che è solo fantasia, in realtà non hai fatto nulla. Sei uno zero appunto. Meglio dirla tutta: i due mandati non ci bastano, siamo terrorizzati di perdere il lavoro, vi abbiamo raccontato una balla, la politica di professione non è malaccio, stiamo ancora qui. I cittadini dalla faccia pulita che ruotano uno dopo l’altro per spazzare via il marcio dalle istituzioni vadano a quel paese. La cd. « riorganizzazione », votata da un gruppo sempre più spompato di smanettoni su Rousseau, non potrà fare miracoli. L’allargamento alle liste civiche (negazione in un sol colpo del Mai-alleati-con-qualcuno), i « facilitatori » che altro non sono che dirigenti di partito, segretari o funzionari territoriali (l’armamentario classico di un partito di massa novecentesco), il si alla Tav, al Tap e all’Ilva, il si all’Euro e alla Von der Leyen, il si agli indagati e anche ai presunti rubli alla Lega, sono talmente dissonanti con i miti delle origini che anche il più indignato tra gli indignati farà fatica a mandare giù.

Terzo errore: l’asservimento totale alle politiche di un altro partito, quello iperestremista di Salvini. Essersi acconciati a crescenti iniziative di promozione dell’odio e dell’intolleranza, dal disprezzo per le ONG, per il Terzo Settore e il volontariato, all’ossessione per i migranti, e diventare la copia sbiadita di un altro partito, per di più con dosi massicce di incompetenza e dilettantismo, non possono essere strategie vincenti.
E’ chiaro allora che con il partito di Di Maio non si può avere nulla a che fare. Un partito progressista e orientato allo sviluppo come il PD, a meno di ulteriori e radicali trasformazioni del M5S che non possono essere ne’ i Di Maio o i Toninelli o i Di Battista a promuovere, deve recuperare consensi non sommando forze esistenti, ma partendo da idee nuove e aggregando sulla base di un’agenda chiara.

Il nostro paese merita una politica come vera arte del governo, una politica che non applaude al Medioevo, ma che rischia pensando a quello che ancora non c’è. Non bisogna osservare le cose e chiedersi perché, ma sognare quello che non c’è e semmai, come diceva qualcuno, chiedersi perché no? Da qui si può ripartire.

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