La voce di Francesco tra le poche ragioni di speranza

Focus

Il magistero di Francesco vive un momento critico perché il quadro mondiale sembra offuscato da indifferenza e cinismo nelle cancellerie

Oltrepassati da poco i cinque anni di pontificato, Francesco si appresta a celebrare la Pasqua di questo 2018 mentre infuriano i conflitti in tutto il Medio Oriente. Riesplode la protesta palestinese e si annunciano settimane calde lungo il confine israeliano, mentre dall’orizzonte diplomatico è scomparsa qualsiasi ipotesi, per quanto fragile, di negoziato di pace. La Siria resta ferita aperta di questi anni e per tale ragione, pure, una famiglia siriana ha portato la croce durante la via Crucis al Colosseo. Un Paese distrutto, centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, città rase al suolo o poste sotto assedio, crimini contro l’umanità, bombardamenti chimici, sparizioni di massa: la Siria non è solo la fotografia della follia, dell’atrocità, della guerra e del potere, ma anche la certificazione storicamente vissuta dell’assenza di una comunità internazionale in grado di intervenire con gli strumenti della diplomazia e della politica per scongiurare il peggio, incapace di esercitare una pressione condivisa sui contendenti rinunciando a qualche porzione, sia pure minima, del proprio interesse.

Il magistero di Francesco vive dunque un momento critico perché il quadro mondiale sembra offuscato da indifferenza e cinismo nelle cancellerie mentre proseguono le stragi sul terreno. Tuttavia la voce del Papa resta oggi fra le poche ragioni di speranza in un contesto internazionale in cui leader e movimenti, sempre più spesso, scelgono l’opzione ideologica della contrapposizione nazionalista o etnica, indicando come capro espiatorio il povero, lo scartato, l’immigrato, per costruire consenso. E se le soluzioni politiche, gli interventi dei governi, non possono vivere solo di grandi idealità e sono in definitiva sempre figlie incerte di contesti drammatici o complessi, di certo il monito di Papa Francesco non può essere frainteso: la bussola per i leader di governo e di partito resta quella del rispetto della dignità umana inscritta nei diritti fondamentali dell’uomo, nella parola cristiana della misericordia.

In tal senso, rientra nel corso naturale delle cose che personalità come Donald Trump e il suo ideologo Steve Bannon, i nazionalisti reazionari europei da Marine Le Pen a Matteo Salvini a Viktor Orban, vivano con disagio o fastidio, con malcelato disprezzo, il magistero di Francesco. Non per questo Bergoglio rinuncia al dialogo con tutti – pur nella riaffermazione costante della verità delle cose – fedele a una scuola diplomatica vaticana capace di operare pure nelle tenebre della storia ma anche all’idea che il confronto personale, istituzionale, resti l’unica strada possibile per risolvere i conflitti, per alleviare almeno le ferite più dolorose delle popolazioni civili colpite dalle guerre, per dirimere le crisi più gravi.

In questo contesto le polemiche delle ultime settimane relative a piccole diatribe vaticane, appaiono per quello che sono: rumori di fondo tutto sommato marginali, riflessi mediatici di vicende piccole. Il tema più grande della riforma della Chiesa –  non solo del Vaticano – non può essere circoscritto alle rivendicazioni di qualche circolo ultratradizionalista, ma riguarda per intero la relazione fra cristianesimo e modernità, per questo il vero motivo del contendere è – ancora una volta – l’applicazione, ovvero il proseguimento, del Concilio Vaticano II. In tal senso le turbolenze interne sono state in una certa misura volute dal Papa che ha condotto la Chiesa sulla strada dei sinodi: le due assemblee mondiali dei vescovi sulla famiglia, dove così acceso è stato il dibattito interno e per la prima volta sono emerse opzioni differenti su questioni importanti e teologicamente dirimenti; ad ottobre si svolgerà il sinodo dei giovani, nel 2019 quello sull’Amazzonia e nel 2020 il sinodo della Chiesa australiana. La Chiesa è dunque chiamata a riunirsi per aree geografiche, per continenti o nazioni, per grandi categorie umane, e a discutere di speranza, di cambiamento, delle crisi profonde che l’hanno attraversata (come il dramma degli abusi sui minori), e a decidere la direzione di marcia. La nave si è rimessa in cammino, se questo basterà a riaprire la relazione fra cristianesimo e mondo contemporaneo è quesitone che si vedrà nel prossimo futuro, la sfida comunque è stata lanciata.

Al contempo è tutt’altro che risolto il tema del rapporto fra Chiesa e potere, fra gerarchie e palazzi della politica e della finanza (non solo a Roma); i nodi non sono sciolti, la riforma della Curia vaticana subisce battute d’arresto e compie passi avanti, non è però un tema da risolversi con facili moralismi e però, proprio per questo, a Papa Francesco e a diverse personalità di rilievo che lo coadiuvano, è richiesto ora un nuovo salto di qualità capace di dare basi solide e visibili alle novità intraviste fino ad ora.

D’altro canto, ponendosi dalla parte dei migranti, dei perseguitati, Francesco ha compiuto pure una scelta di governo che ha collocato la Chiesa in contrasto con molti dei poteri temporali più inquietanti. In tal senso non va dimenticato, oltre l’orizzonte europeo, l’impegno dei vescovi per arginare le efferatezze del presidente filippino Rodrigo Duterte, la battaglia cattolica contro le caste in India, la testimonianza dei sacerdoti contro i trafficanti di droga in Messico, in centro e sud America. Né può passare inosservata la fine di Beauty, la donna nigeriana di 31 anni, morta di parto nel tentativo di passare il confine fra Italia e Francia, a Bardonecchia; documenti in regola, già malata, è voluta rimanere accanto al marito piuttosto che entrare in Francia da sola.  Una vicenda che sembra riassumere tutta la drammaticità del momento attuale e l’urgenza di quel risveglio delle coscienze ripetutamente invocato da Papa Francesco.

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