Alleanze: tattiche o strategia?

Focus

Un’agenda nuova, dentro il “salto di paradigma”, che sappia connotare il Pd come perno dell’alternativa al sovranismo e chiave di una politica nella quale la lotta alle diseguaglianze

Il tema delle alleanze che il Pd deve mettere in campo è salito agli onori della cronaca. La scelta di individuare addirittura un responsabile della nuova segreteria, titolato ad esercitare questo tema, configura quantomeno l’inizio di una discussione interna.

C’è il rischio, però, che il Pd introietti su di sé una discussione che ha attraversato tutta la sinistra italiana, nella sua versione berlingueriana e dalemiana. E cioè partire dal presupposto che la sinistra italiana non è mai stata maggioritaria nella società italiana (“non si governa con il 51 per cento dei voti”), e che quindi può raggiungere la stanza dei bottoni solo attraverso un sistema di alleanze.

Gli incunaboli di questa logica si vedono in alcune discussioni, e in diverse interviste, che pongono il tema del rapporto con il Movimento 5 stelle in questa chiave.

I fautori della logica del recupero di alleanza con i grillini,prescindendo dalle politiche oggettivamente di destra che il governo di cui essi sono perno numerico (ancorchè non politico, vista la leadership di Salvini agevolata dal “doppio pozzo” grillino e berlusconiano cui può attingere) esprime, attendono l’emergere e lo scoppiare delle contraddizioni interne alla coalizione di governo, e orizzontano il Pd come “naturale” sponda ad un Movimento 5 Stelle a quel punto emendato dal sovranismo e pronto ad un progressismo 4.0.

Prescindiamo pure da una dimensione essenziale di questo ragionamento, e cioè se questa cosa possa realmente accadere e quali dimensioni quantitative potrebbe avere nelle aule parlamentari. E restiamo, per amore di ragionamento, dentro la riflessione, per ora puramente teorica.

La domanda da farsi, in proposito, è molto semplice: ma una soluzione di questa natura è tattica o strategica? Si pensa ad una possibile operazione di tatticismo parlamentare per disarcionare il peggiore governo della storia della Repubblica, o si pensa anche ad una successiva evoluzione politico-culturale che veda nella alleanza tra noi e i grillini il secondo tempo del post 4 marzo o addirittura, come preconizzano in molti, il futuro del progressismo italiano?

Di fronte a ciò, ci sono due strade. La prima, quella tattica, è la più semplice,la più comoda ma anche quella che porta il Pd ad imboccare la china della subalternità (e forse della evaporazione). E cioè quella di costruzione di una operazione puramente di potere, priva di una analisi sociale, culturale e storica del significato del voto del 4 marzo, che connoti da un lato la sinistra in una dimensione ancillare e dall’altro si arrenda all’idea che le ragioni del disagio, della povertà e del malessere siano incarnate in termini di rappresentanza dai 5 stelle, che debbono solo “emendarsi” dalla loro contiguità con il leghismo per tornare ad essere interlocutori.

La seconda, quella strategica, è la più complessa, la più difficile ma è anche quella che riporta il Pd ad essere interlocutore e rappresentante di pezzi rilevanti di società italiana. E parte dall’analisi, senza sconti, di quello che è accaduto il 4 marzo, comprende che il voto delle politiche è stato la fine della stagione del “neoliberismo mitigato” di blairiana e clintoniana memoria e che immagina il futuro non come un ritorno al passato, ulivista o gargonziano che sia, ma come la costruzione di un nuovo paradigma democratico nel quale le ragioni delle risposte al disagio che hanno portato al 33% i grillini non siano l’abbraccio con loro, ma la messa in campo di una politica e di una agenda che sappia parlare ai milioni di italiani oggi affascinati dalle seducenti e fallaci parole d’ordine del reddito di cittadinanza.

Un’agenda nuova, dentro il “salto di paradigma”, che sappia connotare il Pd come perno dell’alternativa al sovranismo e chiave di una politica nella quale la lotta alle diseguaglianze, alle ingiustizie di una finanza rapace e al tema di un nuovo modello di sviluppo sostenibile siano al centro dell’azione del partito.

Sarà su quale strada imboccare, che ci giocheremo il futuro. E starà alla nostra capacità di scegliere tra il suadente tatticismo o la faticosa traiettoria strategica che ci giocheremo la nostra cifra di classe dirigente.

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