Per il Pd la strada è lunga, ma almeno c’è

Focus

Oggi il Pd è molto più che vivo e le primarie hanno certificato una presenza di militanza politica e di testimonianza culturale la cui ampiezza non era stata prevista da nessun commentatore

Oggi Paolo Mieli, al solito pungente e brillante, sul Corriere della Sera invita il Partito Democratico a “cambiare passo” e a non confondere la straordinaria partecipazione alle primarie con risultati elettorali che continuano ad essere penalizzanti. Grazie per l’invito – viene da rispondere – ma in realtà da queste parti nessuno ha confuso le due cose.

Così come nessuno ha mai sottovalutato l’impresa di sconfiggere una Lega che dalla sua ha la tradizionale, enorme consistenza della destra italiana ma che rispetto al passato dispone dei nuovi strumenti di mobilitazione del consenso che le vengono dal populismo etnonazionalista.

Tuttavia la condizione primaria per sconfiggere qualunque avversario è l’esistenza in vita. E Mieli dovrebbe ricordare che per molti mesi dopo il 4 marzo 2018 il Pd è stato descritto dalla totalità degli editorialisti italiani come un morto che camminava, in attesa della sepoltura che sarebbe inevitabilmente arrivata alla prima occasione.

Oggi il Pd è molto più che vivo e le primarie hanno certificato una presenza di militanza politica e di testimonianza culturale la cui ampiezza non era stata prevista da nessun commentatore. Significa forse che la sconfitta degli etnopopulisti è ormai cosa fatta? Ovviamente no.

E la ferita della Basilicata – che equivale per noi alla perdita di una piccola “Emilia Rossa” – è lì a ricordarci che la strada per la conquista del consenso è ancora lunga, complessa e dagli esiti non scontati. Ma almeno è una strada che percorriamo con la consapevolezza – nostra e dell’Italia – di essere la principale alternativa al governo della decrescita e dell’isolamento.

Lungo questa strada esistono alcuni passaggi fondamentali che devono essere sciolti, in primo luogo dalla nuova leadership del PD (ma non solo da questa, se è vero che un partito autentico come il nostro esiste come corpo collettivo nel quale la responsabilità della narrazione pubblica ricade anche sulle minoranze).

Due argomenti tra i tanti, Ius Soli e vocazione maggioritaria, all’apparenza sconnessi e distanti l’uno dall’altra, sono in realtà due buoni esempi per riflettere sulle opzioni in campo lungo il cammino che abbiamo davanti. E’ infatti del tutto evidente che nel corso di questa legislatura una forza di minoranza come il PD non riuscirà ad introdurre né una nuova legge per quei minorenni che “sono italiani senza essere cittadini” (come ha proclamato senza vergogna il leghista Centinaio) né una nuova legge elettorale di impianto maggioritario.

Eppure la forza e la convinzione con cui riusciremo a rilanciare questi due temi – possibilmente senza impantanarci in un’inutile discussione sul nostro passato – ci diranno se al momento del voto politico il PD si farà trovare pronto non solo con una solida rete di alleanze ma anche con un impianto culturale che sia al contempo alternativo al populismo gialloverde ma più ampio di quello tradizionale e inevitabilmente minoritario della sinistra novecentesca.

Vocazione maggioritaria come aspirazione sia a restituire alla politica la funzione di governo reale dei cambiamenti (e non solo quella di strumento di propaganda) sia a rappresentare gli italiani che non si riconoscono nelle ricette grillo-salviniane ben oltre i confini di un “popolo della sinistra” che – se mai è davvero esistito nella sua accezione tribale – oggi somiglia più ad una stanca formula giornalistica per commentatori poco fantasiosi.

E Ius Soli come aspirazione ad indicare una via d’uscita concreta e avanzata dal cattivismo fascio leghista e dalla sua retorica della paura e dell’odio razziale. Se nei mesi, pochi o tanti, che ci separano dall’elezione del nuovo Parlamento saremo riusciti a fare di questi e di altri temi i punti qualificanti del Pd allora la strada che stiamo percorrendo avrà molte possibilità in più di essere vincente.

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