Pd, nessuno si senta offeso

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Il principale partito di opposizione ha il dovere di chiarire fino in fondo come intende muoversi e quale alternativa vuole proporre all’Italia

C’era chi lo avrebbe voluto anticipare e chi invece preferiva rimandarlo a dopo le elezioni europee, chi ha proposto un “congresso a tesi” e chi ha difeso il valore delle primarie per la leadership. Ma alla fine il percorso congressuale del PD è partito davvero. Ed è un bene: davanti all’escalation quotidiana del governo gialloverde, vuota di decisioni concrete ma mossa da una propaganda che avvelena i pozzi della nostra comunità nazionale, il principale partito di opposizione ha il dovere di chiarire fino in fondo come intende muoversi e quale alternativa vuole proporre all’Italia.

Deve farlo – e lo farà – con l’unico percorso che i partiti effettivamente democratici hanno finora escogitato per allargare la discussione oltre la cerchia stretta dei dirigenti nazionali (e non è un caso che le cronache non riportino alcuna traccia di congressi del Movimento Cinque Stelle): perché – come forse avrebbe detto Churchill – “i congressi con primarie sono il sistema peggiore per discutere di politica dentro un partito, ad eccezione di tutti gli altri”. Deve farlo – e lo farà – sullo sfondo di una retorica pubblica nella quale abbondano i necrologi più o meno autorevoli sulla “prematura scomparsa del Partito Democratico”.

Nessuna sorpresa: è consuetudine italiana confondere le sconfitte elettorali con gli annunci di avvenuta sepoltura, così come scambiare le vittorie elettorali per l’avvio di lunghe stagioni di egemonia incontrastata. Può provocare una certa impressione che spesso le accuse di fiacchezza o inconsistenza al PD siano mosse da quegli stessi che negli ultimi anni hanno contribuito – nel dibattito pubblico – a delegittimare il PD nella convinzione che dopo la sconfitta si sarebbe aperta una luminosa era di progresso, ma anche in questo non c’è davvero niente di nuovo. Quello che invece dovrà necessariamente essere nuovo, nel congresso che di fatto si è aperto con l’elezione di Maurizio Martina alla segreteria, è il doppio livello di profondità e radicalità che dovrà assumere la nostra discussione.

Profondità, perché la sconfitta del 4 marzo e la sfida dell’alternativa al grilloleghismo chiamano in causa le ragioni storiche del Partito democratico accanto alle forme nelle quali esso si è organizzato concretamente nella vita politica italiana dell’ultimo decennio. Radicalità, perché ci attende una riflessione senza rete tanto sulla nostra proposta al Paese quanto su tutto quello che siamo stati nella stagione di governo. Una riflessione che coinvolge il “prodotto PD” nella sua interezza degli ultimi anni: la sua guida politica insieme alle espressioni politiche delle sue minoranze, i risultati che ha raggiunto con i governi e i diversi ministeri che ha espresso insieme alle strategie comunicative, sociali, culturali etc.

Nessuno si senta offeso, dunque, se gli italiani (sperabilmente milioni) che parteciperanno al percorso congressuale che deciderà la cifra politica ed elettorale dell’opposizione al grilloleghismo pretenderanno dagli esponenti del PD di ogni ordine e grado il massimo livello di franchezza, trasparenza e messa in discussione.

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